Paolo Schicchi.
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IL CONTADINO E LA QUESTIONE SOCIALE.
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1919. A. Trimarchi Editore, PALERMO.
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Trascrizione elettronica rivista e resa disponibile dalla
           Fondazione Ezio Galiano onlus
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      ad esclusivo uso dei privi della vista.
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Testo curato da: CATIA RIGHI per il Progetto Manuzio, iniziativa dell'Associazione Culturale "Liber Liber".
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PRESENTAZIONE.
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Il contadino e la questione sociale  saggio sul ruolo sociale dei contadini scritto nel 1919 dall'anarchico siciliano Paolo Schicchi, conosciuto anche per aver ingaggiato un'aspra polemica con Errico Malatesta, altro nome noto dell'anarchismo italiano.
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L'AUTORE.
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Paolo Schicchi (Collesano, 31 agosto 1865. Palermo, 12 dicembre 1950)  stato un anarchico italiano.
Fin da giovanissimo frequenta gli ambienti socialisti e libertari siciliani. A soli 15 anni, fa il suo primo comizio improvvisato contro il clero, proprio davanti al duomo di Cefal. Frequenta la facolt di giurisprudenza e si dedica allattivit giornalistica, prima a Palermo e poi a Bologna, dove guida i giovani nelle proteste contro la visita del re alluniversit. Costretto ad arruolarsi nellesercito italiano, riesce a disertare trasferendosi a Parigi proprio nel centenario della Rivoluzione.
In Francia collabora con Sbastien Faure ed  fra i promotori della rivoluzione culturale Anarchica francese. Fonda il circolo internazionale degli studenti Anarchici, il cui manifesto viene diffuso in migliaia di copie anche in Italia. Per le sue idee ed attivit libertarie, viene condannato a oltre 11 anni di carcere. Durante la sua lunga militanza, fonda e dirige numerosi giornali anarchici, in Italia e allestero, dalle cui colonne incita alla sollevazione e conduce delle vive polemiche contro alcuni dei principali esponenti dellanarchismo italiano. Arrestato diverse volte, condannato al confino e costretto allesilio, continua ad animare il dibattito anarchico, producendo unimmensa mole di scritti, fino alla morte, sopraggiunta a Palermo nel 1950.
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Indice.
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1. L'Arcadia.	
2. Il contadino nella letteratura e nell'arte.	
3. Il contadino nella scienza e nella storia.	
4. La moralit del contadino.	
5. Il campanile e la bandiera.	
6. I rimedii.	
7. L'Idea.	
8. La borghesia.	
9. L'Utopia	
10. IL CANTO DEI BARBARI.	
NOTA AL CAPITOLO 5.
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Fine indice.
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IL CONTADINO E LA QUESTIONE SOCIALE.
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Alla memoria di mio padre, che tanto pat per me e per la mia idea, dedico questo lavoretto nell'ora in cui la diana sociale annunzia la nostra vendetta e il trionfo dell'anarchia.
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CAPITOLO 1. L'Arcadia.
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Durante la rivolta dei villani in Inghilterra (1377-1381), il giovane Re Riccardo Secondo incontr a caso un esercito di trentamila ribelli, guidato da Wat Tyler; il quale, essendosi avanzato per invitare il re a mantenere la promessa fatta ai contadini, fu pugnalato dal mayor di Londra, Guglielmo Walworth. E mentre la folla urlava: Ammazzate! Ammazzate! Hanno ucciso il nostro capitano! il re, pieno d'ingegno e di valore pi che non lo comportasse la sua et, postosi innanzi arditamente fra i contadini, grid: Che volete, padroni miei! Io sono il vostro capitano e il vostro re.
 superfluo dire che l'ebete e vile contadiname, dimenticando di avere in quel momento la forza in mano per vincere e imporre la sua volont, e senza neanche guardare il cadavere ancor caldo e sanguinante di Wat Tyler, segu, pecorinamente contrito e stupidamente commosso, Riccardo Secondo fino alla Torre di Londra, tanto era stato l'effetto magico di quel titolo ad essi affibbiato: Padroni miei! Ma ci non imped che il re di l a poco, raccolto un esercito di quarantamila ribaldi, li facesse tutti scannare come cani.
E cos finirono i padroni del re.
Questo, per altro, non  nuovo nella storia, n si tratta punto di darvi una notizia peregrina e d'occasione. Il fatto s' ripetuto centinaia, migliaia di volte dacch mondo  mondo e dacch sulla terra ci sono stati oppressi e oppressori, governati e governanti, ingannatori e corbelli che si lasciano ingannare. Quando un'idea nuova si avanza mugghiante come un turbine, tutte le volte che una classe dominata si leva minacciosa in armi, i dominatori, perduta la speranza di soffocare la ribellione nel sangue, si fanno avanti gridando come Riccardo II: "Padroni miei, siamo tutti fratelli! Lavoriamo insieme pel bene di dio, del re e della patria! ecc. ecc." In tal modo comincia l'idillio, s'inizia il carnevalone, si balla, si canta, si mangia, si beve; poi viene il sonno e si va a dormire, allorch non si va in galera o addirittura al camposanto, portativi a mucchi sui carrozzoni mortuarii.
Anche lo zar di Russia in un momento terribile, dopo lo sfacelo della Manciuria, apparve alla folla in arnese di Riccardo II redivivo col sorriso incantatore sulle labbra e la costituzione in mano, che poi furono immediatamente seguiti dalla mitraglia, dalla forca e dalla deportazione. In ultimo egli voleva ripetere la tragicommedia, ma questa volta gli casc l'asino, ruzzol per le terre e un bel mattino si ritrov in carcere per esservi fucilato.
Ora, a quel che pare, sta per allestirsi la rappresentazione d'un dramma pastorale in Italia, ad uso e consumo dei villici. Sembrano proprio tornati i tempi d'Arcadia: nobili contadini di qua, eroici contadini di l; rimpianti, rimproveri, apprensioni, consigli, allettamenti, promesse si levano da ogni parte e d'ogni tuono e colore: in parlamento, in piazza, sulla cattedra, nei giornali, nei libri. A ogni passo sorge un Pietro l'Eremita, che predica la nuova crociata per la liberazione del calvario di quest'eterno crocifisso, che nel linguaggio comune si chiama villano. E non sono soltanto socialisti pi o meno deformati, rivoluzionarii di mestiere, pappolari d'occasione e democratici addomesticati che si son messi a bandire la crociata. Nient'affatto! Coloro i quali nella bestiale repressione dei fasci si riunirono a palazzo Aragona, invocando fra l'altro l'abolizione delle scuole per togliere ai contadini il mezzo di leggere e scrivere, s'imbrancano nel coro; e belano lo stesso madrigale i saccomanni crispini che del bigamo di Ribera avevano fatto il simbolo dell'onor nazionale, ponendolo sugli altari proprio nel tempo in cui figli, lordo di misero sangue villano, asserviva l'Italia alla Germania e all'Austria, proclamava le terre cosiddette irredente "zone grige", decantava i "matrimoni di convenienza" e destituiva clamorosamente e vigliaccamente, in segno d'omaggio a Francesco Giuseppe, il ministro Seismit Doda e l'ambasciatore Ressman. Perfino i latifondisti e gli assassini, che richiesero, fomentarono e applaudirono cinicamente i pi recenti eccidii di Grammichele, Giarratana, Castelluzzo, Candela e cento altri, si sono uniti al musicone in quell'accolta di farabutti, di saltimbanchi e di sfruttatori che va sotto il nome di Congresso agrario siciliano. In esso ognuno ha presentato la sua panacea e ha ballato la manfrina villereccia, s'intende a modo proprio e tenendo lo sguardo fisso alla pancia e alla borsa: dal fauno giolittiano Valenzani al microcefalo sindaco di Palermo, dal bordelliere rosso Giuseppe De Felice al mestator nero Sapuppo, dal segoso Gaetano Mosca al napoleonico Iannicola di Castrogiovanni, dall'esonerante e ambulante Salvatore Accardi al prete Sturzo di Caltagirone, dal solforoso barone Genuardi al preistorico marchese Di Gregorio. Non ci mancavano che il Vanni Fucci di Dronero, generalissimo degli sbirri trucidatori, e il pretoriano Centanni, suo primo aiutante di bandiera.
Ma oltre alla caccia dei voti, all'utile personale e alla paura del minacciato redde rationem sociale, (segno dei tempi!) c' un altro movente in questo scempiato e grottesco idillio rurale: la moda. Nella rivoluzione francese erano di moda i sanculotti e ognuno s'affrettava a buttar via la parrucca, le brache e gli scarpini per ballare e cantare la Carmagnola.
Durante la guerra di Secessione in America erano di moda i negri, e le superbe e schifiltose signorine yankee degli Stati Uniti del Nord, gareggiavano nel passeggiare tenendo a braccio i giovani della razza maledetta. Senonch ci non tolse agl'improvvisati sanculotti dell'ottantanove di diventare pi tardi imperatori, re, ministri e marescialli mitragliatori di vil carne plebea; n imped che i negri fossero ridiventati ludibrio dei bianchi, nonostante l'abolizione della schiavit.
Noi anarchici nei giorni obbrobriosi e tristi della reazione fummo forse i soli che, senza mire occulte di futuri seggi in parlamento e senz'alcuna speranza di prebende e canonicati proletarii, difendemmo e spesso vendicammo i contadini oppressi, affamati, macellati. Noi ci spargemmo in mezzo a loro, partecipammo alle loro persecuzioni e ai loro patimenti, confortandoli, sorreggendoli, incitandoli nell'intrapresa mischia sociale, che s'iniziava furibonda.
Noi corremmo le campagne, nuovi cavalieri, senza macchia e senza paura, d'una grande idea, allorch il sangue villano, come sangue di bestie infette era versato a torrenti in ogni terra: dalla Russia alla Spagna, dalla Rumenia all'Italia. Nella nostra opera di tenace propaganda non paventammo n forche n carceri, non curammo n ingratitudini n disinganni; spesso, anzi quasi sempre, non compresi dagli stessi contadini e qualche volta anche respinti, assaliti da loro come messi del diavolo, come nemici di Dio, del re e della patria, venuti a dissolvere l'ordine delle famiglie e a spegnere le torce che illuminavano l'altare e il trono.
Ricordo ancora con viva commozione il giorno in cui in un sobborgo di Parigi fummo insieme con Luisa Michel presi a sassate da quei contadini aizzati dagli sbirri e dai preti. Ricordo pure l'avventura che capit agli anarchici di Rosignano Marittimo in Toscana (la patria, di Pietro Gori), i quali erano andati a tenere un comizio nel vicino Castelnuovo della Misericordia. Essi non erano ancora entrati in paese che udirono sonare a stormo le campane e poi venir loro incontro minaccioso il contadiname del luogo, armato di forche e di randelli, e col prete in testa. Un'altra volta a Rho, alle porte di Milano la progenie rustica voleva ad ogni costo accoppare alcuni anarchici milanesi col convenuti per divertirsi. E potrei citare all'infinito casi simili, nei quali gli anarchici dovettero la salvezza alle loro armi e al loro valore, che valgono pi di qualsiasi furia beota. Oggi le cose sono cambiate di punto in bianco, e, bisogna pur confessarlo, i contadini ci trattano dappertutto con cortesia, ascoltano con rispetto la nostra parola e molto di frequente ci accolgono con vero entusiasmo. Ma appunto per questo, perch non abbiamo pi nulla a desiderare o a temere n da loro n da altri, noi anarchici, che stiamo in campo contro tutti e contro tutto ci che rappresenti il passato; noi che non intendiamo edificare sul volgarissimo fango della popolarit truffaldina e piazzaiuola; noi che di- sdegniamo il proselitismo pecorino e un nuovo assetto fondato sulle mangiatoie sociali, vogliamo far sentire la nostra nota discordante in tanto fiorire d'idillii tartufeschi e d'arcadia gaglioffa, nota che 
Vergin di servo encomio
E di codardo oltraggio.
 tanto pi volentieri leviamo la nostra voce, in quantoch i contadini adesso, lungi dal paventare la miseria dei nervi e la criptia spartana, sono al contrario carezzati, incensati, adulati.
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CAPITOLO 2. Il contadino nella letteratura e nell'arte
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In ogni lingua o dialetto di popoli antichi e moderni, che per poco siano usciti dallo stato selvaggio, le voci villano, contadino, rustico, rurale e simili hanno avuto sempre un significato d'odio e di disprezzo. Tutto ci che v'ha di pi abietto e di pi laido nella natura umana  stato compreso in esse: l'ignoranza, la goffaggine, la volgarit, la scortesia, la bestialit, l'infingardaggine, la vilt, la falsit, l'ingratitudine, la delinquenza in pressoch tutte le sue svariate forme.
Rustica progenie semper villana fuit, si ripete a tutto spiano in latino, e meno comunemente:
Urgentem pungit, pungentem rusticus ungit, che in italiano suona:
Il villano punge chi l'unge, e unge chi lo punge, e in antico francese:
Oignez vilain, il vous poindra; poignez vilain, il vous oindra.
Franco Sacchetti termina una sua novella numero 168 col noto proverbio toscano:
Batti il villano e saratti amico, a cui fa eco il siciliano:
Pista u viddanu comu a carduna.
Un'altra bellissima novella del Sacchetti, quella dei gozzuti numero 174, conchiude in senso pessimista:
Chi nasce smemorato o gozzuto non ne guarisce mai.
I proverbii di tutti gl'idiomi e i dialetti ne son pieni; io mi restringo a citarne solo alcuni toscani.
Allo sprone i cavalli, al fischio i cani e al bastone intendono i villani.
Al villano la zappa in mano.
Al villan che mai si sazia, non gli far torto n grazia.
Chi fa servizio al villano, si sputa in mano.
II villano nelle piume vi sta a disagio.
Il villano nobilitato non conosce suo parentado.
Il villan porta scritto sulla pancia, villan senza creanza.
Il villano viene sempre col disegno fatto.
Non fu villano senza malizia.
Prega il villano, il mercato  disfatto.
Quando il villano  a cavallo non vorrebbe mai che si facesse sera.
Quando il villano  alla citt gli par d'essere il podest.
Quando il villan tratta bene, la pioggia secca il fien.
Ce n' di terribili, non  vero! Eppure nella letteratura e nell'arte la figura del contadino non cambia per nulla, anzi vi  ritratta coi pi foschi colori. Le rappresentazioni ideali, luminose, belle leggiadre del villano e della sua vita non mancano; ma si tratta di pure creazioni poetiche, che non rispondono affatto alla realt. Gi il vecchio Omero in quella meravigliosa descrizione dello scudo d'Achille, cantava:
Vi sculse poscia un morbido maggese
Spazioso, ubertoso e che tre volte
Del vomero la piaga avea sentito
Molti aratori lo venian solcando,
E sotto il giogo in questa parte e in quella
Stimolando i giovenchi. E come al capo
Giungean del solco, un uom che giva in volta
Lor ponea nella man spumante un nappo
Di dolcissimo bacco; e quei tornando
Ristorati al lavor, l'almo terreno
Fendean, bramosi di finirlo tutto.
Dietro nereggia la sconvolta gleba:
Vero aratro sembrava e nondimeno
Tutto era d'or. Mirabile fattura! ecc.
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Ma qui, come ne Le Opere e i Giorni di Esiodo, come nelle Georgiche di Virgilio e in altri capolavori dell'arte, il nappo colmo e spumante che viene porto ai bifolchi ad ogni giro d'aratro; la mensa imbandita dai sergenti con lombi opimi di bovi immolati; il garzone che tocca la cetra soavemente fra i vendemmiatori; i mandriani che con valore audace inseguono i leoni; l'ammirabile danza dei garzoncelli e dei pastori; la canzone intonata dai saltatori; l'allegria, la bramosia di lavorare, la prosperit, la felicit la contentezza, la purezza dei villici non sono che poesia, divina poesia. La realt si ritrova tutta quanta in quell'insuperato capolavoro del Millet che  l'Angelus e nell'opera di colui che con Omero e Dante forma la triade dei sommi poeti universali e dei pi profondi conoscitori del cuore umano; nell'opera di Michele Cervantes.
Tutti, anche i giovinetti ormai conoscono il suo capolavoro; pochi per sanno che l'immortale mutilato di Le- panto leg pure la sua fama imperitura ad una delle pi perfette commedie che siano mai state scritte, al Rufian dichoso, di cui il partigiano, grossolano e superficialissimo critico tedesco Guglielmo Schlegel finse di non accorgersi, secondo l'uso dei falsari della kultur teutonica. E ancor di pi sono coloro i quali ignorano che il Cervantes scrisse un altro capolavoro, degno riscontro del Don Chisciotte, che  popolarissimo in Spagna e che lo pongono in prima linea fra i pi celebri novellieri del mondo: le Novelle esemplari. Omero, Eschilo, Dante, Shakespeare, Goethe ci diedero il dramma del genere umano; ma la vera, la grande commedia umana ce la lasci il sommo scrittore spagnuolo, pi e meglio d'Aristofane, di Plauto, del Molire e dello stesso Balzac. L si trova rappresentato in tutta la sua interezza e grandezza l'eterno contrasto fra l'idealit e la realt; l l'uomo e l'umana societ, in perpetuo dissidio, ritroveranno sempre s stessi con i loro errori e colle loro miserie. Potr darsi che in un giorno lontano, molto lontano, pochi leggano Omero, Eschilo, Dante, Shakespeare e Goethe; laddove tutti continueranno a leggere il Don Chisciotte e le Novelle esemplari, che del primo formano il prologo, o, per servirmi d'un termine musicale, la sinfonia; tanto  vero che i temi, i motivi delle Novelle si riscontrano organicamente svolti e coordinati nel Don Chisciotte.
In una di queste novella, che forse  la pi bella e la pi profonda, nel Colloquio dei cani, il poeta immagina che due cani, Scipione e Berganza, dopo luogo peregrinare e infinite peripezie, si trovino come cani di guardia nell'ospedale della Resurrezione di Valladolid. Essi d'un tratto acquistano la parola e la ragione per narrarsi le loro avventure, cominciando da Berganza. Qui il sommo scrittore in una lingua viva, ricca, purissima, scultoriamente propria e significativa, tra inesauribili arguzie, osservazioni profonde e facezie scintillanti che s'inseguono e s'incalzano, con fine umorismo o sbardellata fantasia, fa passare in rassegna al cane tutti i difetti, i vizii e le miserie che deliziano le varie classi sociali, rappresentate da altrettante persone, presso le quali il cane s'era trovato a servire. Un bel giorno Berganza capita in mano ad alcuni pastori, ed ecco che cosa racconta fra l'altro a Scipione:
"Ma per rannodare il filo del mio ragionamento dico, che nel mio silenzio e nella mia solitudine che io godevo in quell'ore di riposo, tra le altre cose stavo considerando che non doveva esser vero quello della vita dei pastori io aveva sentito dire: almen di quelli che la donna del mio primo padrone leggeva (quando a casa sua io andava), in certi libri che trattavano di pastori e pastorelle, dicendo che passavano tutti i giorni della lor vita cantando e sonando con pive, zampogne, zufoli, violini ed altri strumenti, straordinarii..... Dico, che tutti quei pensieri c'ho detto e molti altri, mi vennero dal vedere il procedere e gli esercizi dei miei pastori ed insieme di quanti stavano in quei contorni, assai differenti di quelli ch'io aveva sentito leggere, tenere quei pastori mentovati in essi libri; perch se questi miei cantavano, non erano canzoni ben composte, ma uno cantava: Guarda lupo! Dove va Giannetta! ed altre di questa fatta; n accordate al suono di zufoli, pive e violini, ma solamente a quello che dava il percotere un vincastro con l'altro o delle gnacchere tra le dita; meno ancora con voci delicate, sonore e mirabili, ma rauche, e che pareva soli o tutti insieme anzi gridare, o grugnire che cantare. Il resto della giornata lo spendevano in cercarsi i pidocchi o attacconarsi le scarpe.... Da questo venni ad intendere (quello che penso tutti debban credere), che quella quantit di libri sono cose insognate e bene scritte per trattenere gli oziosi e sfaccendati: perch s'elle fossero vere, tra i miei pastori si troverebbe qualche reliquia di quella vita tanto felice, e di quegli ameni prati, spaziose selve, sacrati monti, bei giardini, limpidi rivi e fonti cristallini: o di quei cos onesti come ben espressi discorsi; e di quello smarrirsi qua il pastore, col la pastorella, l risuonare la zampogna dell'uno, qui il flauto dell'altro...
"Dico dunque ch'io passava molto bene nell'ufficio di guardar mandra, per parermi ch'io non mangiavo il pane a tradimento, perch mel guadagnavo col mio sudore e che l'ozio, radice e padre di tutti i vizi, non aveva che fare meco, perch se il giorno mi riposavo, non dormivo di notte che bisognava star all'erta contro i lupi: i quali spesso ci davano degli assalti; non s presto i pastori m'avevano detto: Al lupo, Barzino, che correndo innanzi a tutti gli altri cani, verso la parte che m'additavano il lupo, io correva per le valli, cercavo per tutti i monti, penetravo per entro i boschi, saltavo le balze, traversavo cammini, e la mattina tornavo alla mandra stracco e anelando, i piedi aperti e rovinati dalle pietre e spine e dagli sterpi e tutto il corpo conquassato senza avere trovato il lupo n la sua traccia: e trovavo nel nostro gregge od una pecora scannata od un montone strangolato e mezzo mangiato dal lupo. Io mi disperavo dal vedere quanto poco serviva la mia cura e diligenza. Veniva il padron del gregge, andavano i pastori ad incontrarlo con la pelle della bestia morta; li accusava di negligenti e comandava loro di castigare i cani, perciocch erano stati trascurati e pigri. Allora ne veniva addosso una pioggia di bastonate, e contra essi di riprensioni. Veggendomi un giorno essere castigato senza aver fallato, e che la mia vigilanza, sveltezza e ferocit non mi giovavano per poter pigliare il lupo, risolsi di mutare stile non discostandomi dal gregge come era mio costume per andare a cercarlo, e cos quando vi tornerebbe, pi certa e sicura ne saria la presa. Ogni settimana i lupi venivano ad assaltare, ed una scurissima notte ebbi buona la vista, perch li potessi vedere, e di guardarsene allora il gregge impossibile gli era, m'appiattai in aguato dietro ad una macchia, i cani miei compagni un poco appostati: quindi spiai e vidi, che due pastori dei nostri, pigliarono un castrato dei migliori di quella nostra mandra e l'ammazzarono, di sorte che la mattina pareva che senz'altro il lupo l'avesse scannato. Stetti fuori di me per meraviglia, quando io vidi, che i pastori erano lupi, e che coloro che dovevan guardare il gregge, erano quelli stessi che lo sbranavano. In quell'istante, avvisavano il padrone dell'insulto del lupo, gli portavano la pelle con parte della carne, e la pi grassa e migliore se la mangiavano essi. Tornava da capo a riprenderli, e da capo tornava addosso a noi poveri cani la tempesta di bastonate. Non v'erano lupi, tuttavia la mandra si sminuiva; io voleva scoprirlo, ma mi trovava muto, per il che l'animo mi si empiva di stupore e di malinconia. Dio buono! dicevo fra me stesso, chi a tanta malizia potr rimediare? Chi sar potente assai per fare intendere che la difesa offende, le sentinelle tradiscono, la fiducia ruba e che colui che deve guardare ammazza!"
Nel luogo dei pastori ponete i contadini e il quadro non muter affatto. In tutte le letterature, del resto, il villico diventa simbolo di grossolanit e di goffaggine, d'avarizia e di perfidia, di vilt e di malizia. Nell'idillio di Teocrito, Il Bifolco, Eunice la cittadina cos investe il bifolco che le chiede amore:
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Va in malora! Tu bifolco
Presumi innamorarmi? O meschinello!
Non ho imparato le villesche usanze,
Ma i vezzi di citt. Ve' come guati,
Come favelli, come rozzo scherzi!
Che voce delicata e detti blandi!
Che molle barba! Che vistosa chioma!
Hai tisiche le labbra e le man nere.
Tu puzzi. Via di qua! Non ammorbarmi.
N a toglier l'impressione che ci lascia quest'invettiva vale l'autapalogia mitologica che il dolce poeta di Siracusa pone in bocca al bifolco scornato.
Dante, senza pari nell'esprimer molto con poche parole, ci lasci un'incomparabile pittura del villano:
Non altrimenti stupido si turba
Lo montanaro e rimirando ammuta,
Quando rozzo e salvatico s'inurba.
Nella letteratura francese del medio evo, la letteratura di riflessione che segu la poesia popolare e creativa, si tracci una separazione netta che divideva gli uomini in courtois e in vlains. E poich, osserva Gaston Paris,  nella natura dell'uomo incivilito di stabilire sulla forma soltanto le vanit e le distinzioni sociali, i primi, cio i courtois, non trovano disprezzo che basti per i secondi. In tal modo la parola villano pass a significare in quella letteratura l'ignoranza, la balordaggine, la rozzezza, la bestialit. Ma il villano  preso di mira pi specialmente nei fabliaux, che "hanno il gran pregio, come ben nota il Paris, di ritrarre la vita reale del loro tempo, di farci penetrare nell'anima dei nobili, dei preti, dei borghesi e dei villici, e di parlarci la lingua familiare e quotidiana delle diverse classi sociali; non mai per partito preso, bens spontaneamente, senza volerlo"; n pi n meno come i nostri meravigliosi novellieri dei primi secoli. Cos vediamo che gli eroi pi sbeffeggiati dei fabliaux sono i rurali e i chierici. In essi trovate il Vilain de Bailleul, l'Ame du vilain, il Vilain de Farbu e tanti e tanti altri di tal fatta.
Nella letteratura spagnuola non leggiamo di meglio, e mi piace qui riportare una novelletta che vale un Per, nella quale il povero contadino apparisce come l'eterno zimbello sociale.
"Tre studenti poveri arrivarono in un luogo in tempo di fiera. - Come faremmo per divertirci? - chiese uno nel traversare un orto in cui stava un asino attaccato al bindolo. Rispose un altro dei tre: - Legatemi al bindolo e togliete il somaro che andrete a vendere in fiera. - Cos come fu detto fu fatto.
"Tostoch i suoi compagni si allontanarono coll'asino, lo studente, che aveva preso il posto di quest'ultimo, si ferm d'un tratto. L'ortolano che lavorava a qualche distanza grid: Arr!
Ma il somaro improvvisato non si mosse n suon la sonagliera. Allora l'ortolano and al bindolo, e quale non fu la sua sorpresa nel trovare l'asino trasformato in studente! - Che cosa  questo? - esclam. - Padrone mio, rispose lo studente, alcune streghe birbone mi avevano convertito in somaro; ora per ho compiuto il tempo del mio incanto, e son tornato al mio primiero stato.
"Il povero ortolano si disper; ma che cosa poteva fare! Gli tolse i finimenti, lo mand con dio e subito dopo prese tristamente la via della fiera per comprarne un altro. Il primo che gli si par davanti fu il suo proprio asino, che alcuni zingari avevan comprato poco innanzi dagli studenti, Appena lo vide egli si mise a correre gridando: Chi non ti conosca, ti compri".
Il Boccaccio in due novelle lo ritrae come zimbello e sostegno, pi volontario e bestiale che mai, di tutti gl'impostori e i furfanti. Chi non le ricorda senza esilararsi? Nella prima "frate Cipolla promette a certi contadini di mostrare loro la penna dello Agnolo Gabriele, in luogo della quale trovando carboni quegli dice esser di quegli che arrostirono San Lorenzo". Nella seconda: "Cecco di messer Fortarrigo giuoca a Buonconvento ogni sua cosa, et i denari di Cecco di messer Angiulleri, et in camiscia correndogli dietro e dicendo che rubato l'avea, il fa pigliare ai villani ed i panni di lui si veste e monta sopra il palafreno, e lui venendosene lascia in camiscia".
Franco Sacchetti rincara la dose e ce lo presenta al colmo della sua balordaggine quando "maestro Gabbadeo con una bella cura fa uscire a un contadino certe fave che gli erano entrate nell'orecchia battendole su l'aia"; e quando "Gonnella buffone in forma di medico, capitando a Scaricalasino truffa certi contadini gozzuti". Qui la beffa diventa eroicomica nel vero senso della parola; ma non per questo  meno vera e felice.
In qual modo poi i contadini fossero dileggiati e disprezzati dagli artisti del tempo, si rileva dall'altra novella del Sacchetti: "Jacopo di Ser Zello mena uno garzone contadino da Altomena per farlo sperto orefice, e certi suoi compagni li mostrano come meni lo smalto, di che si ritorna a casa". La beffa  grassa e sanguinosa, ma quel che pi impressiona  il fatto che a Firenze, che aveva visto Giotto assurgere dall'ovile pastorale ai fastigi della pittura; a Firenze, dove un popolano della pi umile condizione poteva diventare artista, era ritenuto impossibile dirozzare un contadino per cavarne fuori un mediocre orefice.
Vi  per qualche caso in cui il contadino si leva al- l'altezza della volpe e la sua malizia "passa i monti e rompe muri ed armi": quando ode il tintinnio dei quattrini, specialmente colla probabilit di rimpannucciarsi senza fatica. Allora l'avidit del denaro lo rende diabolico come quel villano di Francia che, "avendo preso uno sparviero del re Filippo di Valois, e uno maestro uscier del Re, volendo parte del dono a lui fatto, ha venticinque battiture". Spesso si trasforma d'un tratto in delinquente della pi sudicia specie come nel Sortilegio del Giusti, dove a volta a volta vi apparisce credulo e bestiale, stolto e feroce.
Luigi Pulci, volendo imitare La Nencia di Barberino di Lorenzo il Magnifico, scrisse, certo con molto meno garbo e arte, la Istoria della Beca di Dicomano; ma nessuno pu negare che il lamento di Nato  un capolavoro di psicologia, che ritrae satiricamente al vivo il modo di sentire e di pensare del contadino:
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La Beca mia  solo un po' piccina
E zoppica, ch'a pena te n'addresti.
Nell'occhio ha in tutto una tal magliolina
Che stu non guardi, tu non lo vedresti
Pelosa ha intorno quella sua bocchina,
Che proprio al barbio l'assomiglieresti,
E come un quattrin vecchio  proprio bianca,
Solo un marito come me gli manca....
Tu sei pi bianca, che non  il bucato,
Pi colorita che non  il colore,
Pi sollazzevol che non  il mercato,
Pi rigogliosa che lo 'mperatore,
Pi frammettente che non  l'arato,
Pi zuccherosa che non  l'amore;
E quanto tu motteggi fra la gente
Pi che un bev'acqua tu se' avvenente....
Tu sai che io sono ignorante e da bene,
Et ho bestiame, e case, e possessione;
Se tu togliessi me, i' torre' tene;
Un piattel basteria a due persone;
Io ho com' uva le bugnole piene
E sempre del gran d'anno ho nel cassone;
E godrenei insieme come un sogno,
E non avrei a cercar d'alcun bisogno
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Vi  stato un tempo, molto recente, in Italia, in cui  venuta fuori una schiera di necrofili della lingua, di antiquari e rigattieri della letteratura, i quali si son messi a predicare con una pervicacia degna di miglior causa che la vera favella italiana, il magistero della parola, lo strumento pi perfetto del nostro pensiero bisogna ad ogni costo ricercarli nel trecento. Fuori di l non c' scampo: si corre il rischio di diventare Vandali e Unni ovvero di procurarsi un cancro alla glottide. Si sono spidocchiati i Fatti d'Enea, il Novellino, i Fioretti di S. Francesco, le Laude di fra Jacopone, gli Ammaestramenti di fra Bartolomeo ecc., cos come si sono spulciati Guido Cavalcanti, l'Alighieri, il Petrarca, il Boccaccio. E, non sapendo pi dove trovarla questa mummia del trecento, si sono rivolti ai contadini, gridando trionfanti, coll'abate Giuliani alla testa: Vedete? Qui  il vero trecento, il nostro tesoro, la ricchezza d'Italia, il bene di dio! Abbiamo scoperto il paradiso terrestre della lingua e della poesia: accorrete, o uomini di poca fede, purificatevi, rinvigoritevi, salvatevi!
La maggior parte non ammettono neppure che si possa trovar salvezza fra il popolo delle citt. Alcuni, solo timidamente come Girolamo Gargiolli, concedono il dono del ben parlare agli artigiani e operai, negandolo perfino agli artieri e agli artisti, "i quali se godono a giusto titolo, il primato delle arti, non posseggono sempre quello della miglior lingua". Ma il paradiso terrestre era sempre quello: il contado.
Concediamo pure, ci che non  vero se non in parte, che i contadini toscani parlino il puro linguaggio del trecento. Che cosa proverebbe questo? Semplicemente che essi hanno il cervello cristallizzato, con uno sviluppo lento di uomini primitivi. La lingua, come tutte le altre manifestazioni dello spirito, va di pari passo collo svolgimento cerebrale, che procede col fatale andare della civilt: sono fenomeni che stanno indissolubilmente legati a fil doppio. Nell'uomo preistorico l'evoluzione non si effettua che per millennii e decine di millennii, talmentech la lingua dopo venti o trenta secoli si ritrover pressoch la stessa. Occorre un magnum aevi spatium perch il suo vocabolario si arricchisca di qualche centinaio di vere e proprie voci. Se un contemporaneo di Pericle o di Cicerone fosse stato in un'isola appartata del Pacifico, oggi, ritornandovi, stupirebbe nel ritrovarvi suppergi il medesimo patrimonio lessicale e grammaticale, non ostante le variazioni prodotte dal tabu, variazioni che non hanno nulla a vedere colla ricchezza e col perfezionamento linguistici. Quando perci i necrofili del vocabolario sostengono di ritrovare la lingua del trecento tale e quale in bocca al contadino toscano di oggi non fanno che porre intellettualmente costui alla medesima levatura dell'uomo primitivo. Ma ci non  vero che fino a un certo punto.
Innanzi tutto  falso falsissimo che i villici parlino la pi pura favella del trecento. Chiunque non abbia la cultura del pappagallo, gli occhi ottenebrati dalla tesi e le orecchie intronate dalle grida dei rigattieri, senza neanche bisogno d'essere letterato o glottologo, s'accorge subito, cos ad orecchio, che la lingua di Dante, del Boccaccio e del Petrarca ha ben poca cosa di comune col parlare dei viventi campagnuoli di Certaldo; e sarebbe un assurdo scientifico sostenere il contrario.  per verissimo d'altro canto che la lingua dei rurali rispetto all'idioma delle popolazioni urbane suole essere sempre un linguaggio di primitivi.
Cos il parlare dei contadini toscani sar gradevole per la sua semplicit, sar puro, avr una certa freschezza, ma questo non toglie che sia sempre uno strumento preistorico, che un abisso di secoli divide dalla lingua urbana. Tutti i villici del mondo non riuscirebbero mai e poi mai a fornire la trama per intesservi una sola pagina di Demostene e di Cicerone, e qualsiasi rustica voce sembrer sfringuello balordo di fronte al grido dell'aquila che si leva dalla Divina Commedia o al canto dell'usignuolo che sgorga dalla canzone di Giacomo Leopardi. Io mi riferisco sempre alla forma, non mai al contenuto. N potrebbe essere diversamente. Il campagnuolo di per s stesso  un primitivo, perch vive in un ambiente primitivo; il suo cervello dunque, il suo pensiero, il suo linguaggio hanno uno svolgimento lentissimo rispetto a quello della citt. Ecco la ragione per cui gli usi, i costumi, le superstizioni, i pregiudizii, le parlate d'un popolo sopravvivono pi a lungo nelle campagne, dove spesso ci ritroviamo in piena preistoria e davanti a fogge di vestire, consuetudini, accenti che tra le popolazioni urbane sono scomparsi da secoli. Mi ricordo d'aver letto pi volte che per udire la lingua parlata al tempi di Luigi XIV bisogna andare fra i negri e i creoli delle Antille francesi. Non so se sia vero;  certo per che nelle campagne maltesi si sente ancora un dialetto d'impronta schiettamente semitica, laddove in citt questo ha patito mutamenti senza numero. E potrei moltiplicare gli esempi all'infinito.
Non sono altro che degli antiquarii e dei bizantini smidollati coloro i quali pretendono che tutti debbano discorrere col vocabolario dei contadini alla mano, trattando la lingua come un fondo di capanna preistorica e ponendo il cervello umano nella scansa d'un imbalsamatore accanto alla testa d'un pappagallo. Quando Giuseppe Giusti afferm che i pi ardui problemi della scienza si possono trattare in un linguaggio da serve, non fece altro che piantare una carota pi grossa del Battistero di Firenze. I letterati non si curano affatto di far passare le loro tesi per il vaglio della scienza, e perci prendono dirizzoni asineschi allorch per poco escono fuor del loro mestiere.
Provatevi un poco a costringere e inquadrare in un linguaggio di montanina forosetta il pensiero che anim Tucidide e Platone, Lucrezio Caro e Avicenna, Dante e Galileo, Bacone e Newton, Goethe e Lamark, e vedrete che cosa ne verr fuori: la veste d'arlecchino gettata addosso a Carmine Papa o a Sandro Borgoni, posti a cantare l'invenzione del telegrafo senza fili e dell'aeroplano.
Chi legge l'Avesta, per esempio, nota "che la mente dell'autore  come alle prese con la lingua che adopera, inetta ancora a esprimere ogni alto e sottile concetto"; laddove il contrario si osserva in Firdusi, in Avicenna, in Omar Khayym, in cui il pensiero e la favella volano uno sulle ali dell'altra. "La traduzione di Boezio lasciata da Alfredo il Grande d' Inghilterra, scrive il Taine, rivela la rozzezza dei suoi uditori. Per rendere appropriato il testo alla loro intelligenza, i versi eleganti e lo stile serrato di Boezio sono tradotti in una prosa diffusa, puerile e masticata come la fiaba d'una nutrice". Ed io vorrei udir Galileo Galilei e Giacomo Leopardi, Wolfango Goethe e Arrigo Heine esprimersi nel gotico del vescovo Ulfila o nel balbettio del Ritmo di Monte Cassino.
Nessuno nega che la lingua dei legulei, degli scribi, dei professionisti, dei pubblici ufficiali sia sotto ogni aspetto la peggiore di questo mondo, e perci non c' da meravigliarsi che l'abate Giuliani nelle Corti d'Assisie toscane non abbia udito sbraitare che degli arruffoni ostrogoti. Ma se egli avesse sentito perorare un Carrara, un Pelosini, un Vecchini, un Faranda, un Grignani, un Gori e cento altri, non avrebbe confuso le ciance dei farisei e dei beccamorti togati coll'eloquio degli oratori; n avrebbe accomunato il ricco e potente linguaggio di tutto un popolo col misero dialetto del contadino. Egli dunque riesce comico quando ad ogni pie' sospinto vorrebbe che tutti andassero a scuola di favellare nel contado e che questo favellare diventasse il volapuk della cattedra e del foro, del comizio e dell'accademia, della scienza e dell'arte.
"La lingua  l'anima e la vitale unit d'un popolo, scrive il Giuliani, e basta di per s sola a dimostrarcelo qual ne viene fatto conoscere dalla storia. Ben vuolsi a tale uopo ricercarla, pi che nei vocaboli, nelle svariate frasi a che danno luogo, e ne' costrutti dove gli stessi vocaboli e le frasi pigliano, a cos dire, nuovo essere e figura e viemeglio corrispondono ai movimenti dell'animo e alla maggior forza, se non all'ordine proprio dei pensieri.
Ma appunto da questo si rileva la estrema povert, la rigidit, la puerilit del linguaggio del contadino, in cui i costrutti sono informi e stonati e le frasi embrionali e monotone. Esso  primitivo come il suo cervello, infecondo come il suo spirito, gretto come la sua anima, pur non mancando di purezza, di freschezza, di vivacit; ma fino a un certo punto e sempre in quanto tocca ristrettamente le faccende campestri. Al Giuliani, per esempio, sembra un gioiello di propriet ci che gli fu detto in Valdinievole: "A questa rinfrescata gli ulivi si sono abbelliti, che  una dignit a vederli". E che c'entra qui la dignit? Chiunque abbia un po' di gusto e d'istruzioncella s'accorge subito che  una stonatura bella e buona, la pi barbina impropriet che udir si possa da un ostrogoto della lingua. Or di simili delizie nel contado se ne possono raccogliere a palate.
La lingua,  bene ripeterlo,  la forma in cui si foggia il pensiero: pensiero misero, linguaggio povero. Essa  creata dal popolo, senza dubbio; ma nella stessa guisa in cui la civilt cresce e s'incanala maggiormente fra le popolazioni urbane, cos la lingua della scienza e dell'arte sgorga a getto continuo fra il turbine cittadino, il campagnolo non c'entra che per pochissima parte: tanto quanto basta per farsi intendere a coltivare il grano, le patate e le carote; ad allevare il bue, la pecora e il porco; a cantare il rispetto, lo strambotto, lo stornello e le preghiere in chiesa.
Il cosiddetto folklore, o letteratura popolare, o demopsicologia, come fu chiamata prima assai del Pitr, ha la sua ragion d'essere per l'incalcolabile utilit nello studio della vita, del pensiero, dell'anima dei popoli, non esclusa menomamente la parte che spetta ai contadini. Ma da questo al volerci far prendere un Nurago per un Colosseo e un Cromlech per un Partenone, si corre un abisso. Io qui non intendo impelagarmi nel mare magnum della demopsicologia. A tale uopo occorrerebbe un lavoro di tutt'altra indole e di tutt'altra mole, e poi sarei sicuro di annoiare i lettori a cui mi rivolgo. Per provare il mio assunto mi restringo dunque a qualche breve accenno e a qualche fuggevole confronto.
La letteratura, si dice e si ripete a tutto spiano dai letterati,  l'espressione della vita e dell'anima d'un popolo, d'una classe sociale. E chi oserebbe metterlo in dubbio? Nessuno, fuorch gli stessi letterati, i quali per lungo tempo si son posti a disseppellire, a pescare, a raccogliere, a catalogare con pazienza di certosini tutte le quisquilie, le insulsaggini, le cianfrusaglie uscite dalle mani e dalle bocche rusticane, spacciandolo poi come capolavori d'arte, sorgenti inesauribili di alata poesia, pietre miliari di sapienza imperitura, e chi pi ne ha pi ne metta. Salvatore Salomone Marino, noto bagattelliere siciliano, non s' peritato dallo scrivere: "Dopo le tante pubblicazioni di Canti popolari siciliani che si son fatte e gli speciali studj intorno ad essi, debbo io tornar qui a ridire e dimostrare per la millesima volta quel che a tutti  ormai notissimo, cio: qual fino artista sia il contadino-poeta, e com'egli raggiunga sovente nelle spontanee ed improvvise manifestazioni de' sentimenti quella perfezione che i poeti da tavolino raggiungono rarissimo, anzi raggiungono solo quando sono nati veri Genj della poesia?... Dir invece cosa che a pochissimi  nota ed a questi stessi non abbastanza, cio: come i contadini coltivino con pari abilit e spontaneit le arti belle propriamente dette, e come, senza aver mai conosciuti maestri e scuole, sappiano produrre, con mezzi affatto preadamitici, delle opere artistiche che fanno rimaner a bocca aperta e quasi umiliati i pi abili e provetti artisti". E scusate s' poco.
Giambattista Giuliani nelle Delizie del parlare toscano, seguendo le tracce del Tigri e ancor pi ci che ud nelle sue lunghe peregrinazioni attraverso il contado etrusco, ad ogni passo si ferma incantato, cade in estasi e annunzia al mondo l'avvento del verbo poetico rusticano. Ascoltate:
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Ho visto un fioricino su quel poggio,
Quando vi passo, lo voglio sbarbare,
E lo vo' trapiantar nel mio giardino,
Sera e mattina lo voglio innaffiare.
Non ha bisogno di tante innaffiature;
 un fioricin d'amor che sempre dura.
Non ha bisogno di tant'acqua al piede;
 un fioricin d'amor che si mantiene.
Non ha bisogno di tant'acqua al gambo;
E un fioricin d'amor che non fa danno
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Il Giuliani annota: "Nuova maraviglia si fu la mia al riunire questi teneri canti rusticali, n niuna musica mi fece mai tanta consolazione. Pareami talora, ch'io sentissi Casella a cantare soavemente: Amor che nella mente mi ragiona". Si vede che il mellifluo abate era proprio di campane grosse e di cuor sieroso come la giuncata. Ma lasciamo stare Dante, Casella, le armonie del Palestrina, le sinfonie del Beethoven, gli accordi del Rossini e tiriamo innanzi per conchiudere poi alla fine.
Sotto la mia finestra c' un bel fiore
Tutte le sere, lo vengo annaffiare,
Pi che l'annaffio e pi bello mi viene:
A cui il damo risponde:
Quando nasceste voi, nacque un giardino:
L'odore si sentiva di lontano,
La rosa s'accostava al gelsomino;
Venian gli altri fiori a mano a mano.
Il buon Giuliani commenta: "E per verit nei fiori ei simboleggiano le pi care affezioni, e dai fiori prendono inspirazione al canto, che indi meglio pu insinuarsi nel core". Peccato per che nell'infinita congerie degli stornelli e rispetti rusticani i fiori, i frutti, le foglie e le erbe siano sempre gli stessi, dello stesso sapore, odore e colore, buttati l a caso come nella gerla d'una rivendugliola. Se cos non fosse, la pi stupenda poesia del mondo ce l'ha data l'eroe nazionale Gabriele D'Annunzio nelle sue giovanili colascionate del Canto Novo, che fecero esclamare a Francesco Fiorentino: "Ges! quante piante, quanti animali in undici distici. Questa elegia nova mi pare un orto botanico, od un giardino zoologico".
E come se l'illustre dantologo non fosse contento, pi in l cade in estasi nell'ascoltare buaggini del seguente genere:
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Questo  un fiore
Che ve lo manda amore;
Amore ve lo manda
E vi si raccomanda.
Il fiore  bello
E l'amore  garbato,
Per ringrazio voi
E chi me l'ha mandato.
Scegliamo intanto alcuni fra i migliori rispetti.
La vidi una colomba andare a volo
E venne a riposa 'n un bel giardino,
Che da una parte ci si leva il sole;
Sono i vostri occhi, rendono splendore.
E d'una parte il sole s' levato;
Sono i vostr'occhi, m'hanno illuminato.
E da una parte il sole ci si leva;
Sono i vostr'occhi rilucente spera.
Mandorla inzuccherata di quest'anno,
Corallo di dolcezza pien d'amore;
I tuoi begli occhi innamorato m'hanno,
Quando gli abbassi con tanto bellore:
Quando tu gli alzi e poi li riabbassi,
Dammi la morte e no tanti strapazzi,
Quando tu gli alzi e poi gli abbassi e ridi
Dammi la morte e no tanti martiri.
Il merlo va cantando alla foresta,
Non vede il laccio fin che l'imprigiona:
Il pesce va nuotando per dolcezza.
Non vede l'amo che morte gli dona.
E cosi son io che tanto ti amo,
Dopo che restai preso al laccio e all'amo.
Ecco la palma, se vuoi far la pace,
Con quanti preghi l'ho fatta venire!
Se tu m'ami d'amor saldo e verace,
La palma in mano ti verr a fiorire:
Se tu m'ami d'amor come di prima,
La palma fiorir il gambo e la cima;
Ma se tu m'ami d'un amor bugiardo,
La palma seccher la cima e 'l gambo.
Se io ti lasso, non l'avere a sdegno,
Ti do la fede mia di ritornare;
Il core mio ti lascio in alto pegno
Acci di me non t'abbia a lamentare:
Prendi lo core mio e fanne vezzi,
Cos del tuo farei quand'io l'avessi;
Prendi lo core mio, fanne corona,
Cos del tuo farei, bella persona
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C' del bello, non si nega: talvolta ne trovate qualcuno grazioso, tal'altra uno commovente; ma son sempre cosucce cogli stessi motivi, colle stesse immagini, collo stesso metro, nella stessa forma, ripetuti a saziet centinaia, migliaia di volte in ogni lingua e dialetto. L'invenzione  primordiale, la fantasia  povera, l'immaginazione  meschina: i pensieri e i sentimenti sono tirati sulla medesima falsariga e ridotti a pochissimi col predominio d'un amore che non giunge neppure a quello di Lucia Mondello e Renzo Tramaglino.  uno zufolo sfiatato, monocordo e monotono, come il canto dell'assiuolo; Chi, chi, chi e chi in eterno.
Fate ora un confronto tra tutto questo diluvio di quisquilie rusticane e il sonetto manumentale di Guido Cavalcanti, in cui si fanno le lodi della donna amata:
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Avete in voi li fiori e la verdura,
E ci che luce od  bello a vedere;
Risplende pi che sol vostra figura;
Chi voi non vede mai non p valere!
In questo mondo non ha creatura
S piena di belt n di piacere;
E chi d'amor temesse, l'assecura
Vostro bel viso, e non pu pi temere.
Le donne che vi fanno compagnia
Assai mi piaccion per lo vostro amore;
Ed io le prego, per lor cortesia
Che qual pi puote, pi vi faccia onore
Ed aggia cara vostra signoria,
Perch di tutte siete la migliore
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C' la stessa differenza che passa tra il violino del Paganini e il raglio dell'asino. Eppure per il Salamone-Marino e per i suoi colleghi in antiquaria preistorica, Guido Cavalcanti non dovrebbe arrivare neppure al ginocchio d'un qualsiasi ilota versaiuolo.
Nelle scempiaggini rurali manca la vera, la grande poesia, che inalza l'uomo sull'ali dell'aquila e del condoro; mancano le scintillanti irradiazioni del cervello; manca il turbinoso scatenarsi delle passioni, che erompono dalla civilt e la civilt incalzano; manca perfino il sentimento della natura; manca l'eroe-poeta del Carlyle, che faceva cantare al vate latino:
O sacer et magnum vatum labor! Omnia fato
Eripis, et populis donas mortalibus aevum!
L'epopea delle genti, i drammi dei popoli, i canti delle nazioni son sorti tra le folle urbane: dagl'inni vedici al Mahbhrata, dai poemi omerici alle Chansons de gestes. Il contado non ha prodotto altro che le cantilene degl'iloti e dei paria; gli stornelli e i rispetti dei servi e dei villani: poesia di primitivi, cantafavole di beoti e d'arcadi, lamenti di schiavi.
Che se poi dal canto impersonale passiamo alla poesia individuale, non troviamo di meglio. Il Giuliani va in visibilio davanti a scempiaggini come queste:
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Eccomi qua, carissimo signore,
'L primo di maggio li voglio inviare
Questo mio foglio con perfetto core;
Ch sempre amore li volsi portare.
L'ho sempre amato con l'intero amore:
Che lei part di qua un secol mi pare,
Ma quel che pi m'affligge e pi mi costa,
D'un'altra mia non ebbi la risposta.
 un contadino di Treppio presso Pistoia che scrive un'epistolare sbrodolatura in versi al suo padrone, e che, afferma il Giuliani, come amore detta dentro, vien significando.
Sandro Borgoni, il Cieco di Castel del Piano, il Poeta di Montamiata, cos in una specie d'autobiografia in versi, narra le sue sventure:
Crebbi negli anni e sempre in tristi guai
E incapace a mirar del vasto mondo
'Il pi caro, il pi bello e il pi giocondo....
Dopo vent'anni mi trovai soletto
Or dunque che far? sol mi rimane
Errar pel mondo, mendicando il pane....
Soletto essendo come avete udito,
Lacero e trito mi tenea ogni panno,
E il mio pentolo al fuoco era condito
Di cenere e carbone, come ranno.
E di prender moglie ebbi stabilito
Per riparare a s funesto danno;
Se bella o brutta, non vel manifesto:
Fa per mia casa, e che m'importa il resto?
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I guai del povero Borgoni ci destano piet, qualche verso ci commuove; ma la divina invocazione del cieco alla luce non la possiamo leggere che in Giovanni Milton:
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Luce santa! del Cielo inclita figlia
Primigenita, salve! O te poss'io,
Te dell'Eterno coterno raggio
Senza taccia appellar?
... A te salvo ritorno,
E sento il tuo vital lume sovrano;
Ma questi a visitar occhi infelici
Tu non torni, che erranti invan cercando
Pur vanno il tuo sottil raggio divino,
N ritrovano albr, tanto crudele
Gotta serena l'egre mie pupille
Spense, o suffuso denso vel le copre.
Ma pur non cesso di vagar l dove
Fan le Muse soggiorno al chiaro fonte,
O al bosco ombroso, o sovra il colle aprico
Vinto all'amore di quel sacro canto
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Sandro Borgoni sar stato pi pratico nel cercare una moglie qualsiasi; questa per pu far tutto pel povero versaiuolo, fuorch ispirare un capolavoro, checch ne dicano i bagattellieri della letteratura rurale.
E veniamo a Beatrice del Pian degli Ontani, il miracolo poetico in gonnella, la meraviglia delle meraviglie toscane, la regina degli stornelli o dei rispetti. Beatrice sar stata un'eccellente donna, un'ottima madre di famiglia, una facile verseggiatrice; ma siamo sempre l: povert di pensiero, d'immagini e di forma, versi sciatti, arte primitiva, rime in are, ere, ire, ore, ato, eto, ito a piene mani.
N le ricchissime raccolte siciliane del Pitr, del Salomone-Marino e d'altri ci offrono alcunch di straordinario. Di certo i poeti rurali siculi sono molto superiori ai toscani. In essi la lira non  pi monocorda e monotona: spesso fa capolino minaccioso e ghignante lo spettro sociale, non difetta il senso morale e civile, le passioni si dilatano, i pensieri si allargano, l'arte  meno primordiale. Siamo per troppo lontani dalle esagerazione del Salomone-Marino, lontani di due o tre millenni! Nell'opera, pur voluminosa, di Carmine Papa, rinomato cantastorie di Cefal, non sono riuscito a pescare che due versi veramente scultorii e belli; i quali ricordano l'entrata dell'esercito tedesco a Parigi nel 1871:
Lu re Gugghiermu trasi e la saluta,
Si leva l'ermu e cci fa 'na risata.
Le autobiografie, le etopeie, i testamenti verseggiati sono comunissimi fra questi poeti; ma in tanti io non trovo qualche cosa di artistico che nella prima parte della Vita di lu Poeta di Antonino Olivieri da Partinico. Tutto il resto, fatta eccezione della nota sociale spesso viva e potente, non  altro che broda in versi, slavata prolissa e ripetuta all'infinito. Paragonatela all'etopeia del Berni, alla parte personale o autobiografica che si legge nel suo rifacimento dell'Orlando Innamorato, e vedrete quanto vi sia di grottesco nell'affermazione del Salomone-Marino, al quale, per altro, come all'abate Giuliani, non mancavano i confronti. Eccone un altro, per esempio, ch' forse il pi tipico, col seguente rispetto senese:
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E gli  venuto buio e fatto notte,
Amor non l'ho potuto ancor vedere:
E m' venuto il sudor della morte,
Questa giornata non vuol pi finire.
E m' venuto il sudor dell'affanno,
Questa giornata a me mi par un anno;
E mi  venuto il sudor del languire,
Questa giornata non vuol pi finire
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In esso sono rappresentate l'ansia febbrile, la brama impaziente dell'innamorato nell'attesa di rivedere l'amante. La stessa immagine si trova in Romeo e Giulietta dello Shakespeare:
GIULIETTA. - Tornate di galoppo, o voi corrieri dai piedi di fiamma alla dimora di Febo: un cocchiere come Fetonte vi avrebbe di gi cacciati nell'occidente e avrebbe immediatamente ricondotta, la scura notte. Stendi la tua fitta cortina, o notte sacerdotessa d'amore; affinch gli occhi del giorno si chiudano, e Romeo balzi nelle mie braccia, non sentito non veduto. Per compiere i loro riti amorosi, gli amanti si veggono abbastanza al lume della loro belt, o se l'amore  cieco, tanto meglio si accorda con la notte. Vieni, o notte solenne, o matrona dal severo abbigliamento, tutta vestita in nero, e apprendimi a perdere, vincendola, una partita, dove si giuocano due verginit senza macchia. Nascondi col tuo nero manto il mio vergine sangue che si dibatte nelle mie guance, finch il timido amore fattosi ardito vegga nell'adempimento dell'amore sincero un atto di semplice pudore. Vieni, o notte, vieni, o Romeo, vieni, o tu giorno nella notte, poich tu riposerai sulle ali della notte, pi bianco che recente neve sul dorso d'un corvo. Vieni, o gentile notte, vieni, o amabile notte dalla nera fronte, dammi il mio Romeo; e quando egli morr prendilo e taglialo in piccole stelle, ed egli render cos brillante la faccia del cielo, che tutto il mondo si innamorer della notte e non prester pi nessun culto allo splendido sole. Oh! io ho comprato un palazzo d'amore, ma non lo posseggo, e colui che mi ha acquistata non mi ha ancora goduta. Questo giorno  cos tediosamente lungo, come la notte che precede qualche festa per un impaziente fanciullo che ha dei vestiti nuovi e non li pu mettere.
Il rispetto senese ci lascia freddi come il canto d'un assiuolo, che tutt'al pi ci mette addosso un po' di malinconia. L'invocazione di Giulietta ci scuote tutte le fibre, c'incatena, ci sbalordisce, ci strazia, ci commuove, pari al crescendo d'una sinfonia rossiniana, in cui non sai che cosa sia pi stupendo, se il batter d'ali dell'aquila o la melodia dell'usignuolo.
Il Tennyson tratt lo stesso soggetto, che non  affatto nuovo nella poesia come ha affermato leggermente qualche criticonzolo. Certo non  il genio di Guglielmo Shakespeare che favella, ma siamo sempre nelle superne regioni dell'arte, che i belati villani non hanno raggiunto e non raggiungeranno mai, con buona pace dei rigattieri e dei bagattellieri
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Move eastward, happy earth, and leave
Yon orange sunset waning slow:
From fringes of the faded eve,
O happy planet, eastward go;
Till over thy dark shoulder glow
Thy Silver sister-word, and rise
To glass herself in dewy eyes
That watch me from the glen below.
Ah, bear me with thee, smoothly borne,
Dip forward under starry light,
And move me to my marriage morn,
And round again to happy night
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"Muovi ad oriente, terra felice, e togliti al croceo bagliore di quel lento tramonto. Dalle creste infocate del giorno che muore, muovi, o felice pianeta, verso l'oriente; fino a che sorga l'aerea tua compagna a illuminarti le spalle tenebrose colla sua luce d'argento ed a specchiarsi negli occhi rugiadosi che mi contemplano dal fondo di quella tacita vallo. Oh! recami teco nel tuo placido corso; avvolgiti nei fiotti della siderea luce; adducimi davanti alla nuziale aurora, e poi con altro giro, recami alfine alla desiata notte."
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Il Giuliani vorrebbe consolarsi scrivendo: "Qui gi non occorre pensare all'importanza delle cose, n tampoco alla dignit dello stile e del discorso. L'arte  sempre arte, e per me ora non la curo affatto, solo contenendomi ad ascoltare e raccogliere precisi gl'insegnamenti della natura". Ne avete capito niente? Per far grazia a questi signori, dovremmo ad ogni costo appagarci delle idiotaggini villane senza badare al resto. Ma le idiotaggini son sempre idiotaggini e non trovan luogo nemmeno nel pi umile e brullo Parnaso vernacolo, tanto  vero che i capolavori della poesia dialettale son venuti dalle citt. Nessun Meli, nessun Belli, nessun Porta  nato fra le patate e i melloni, e la storia delle letterature, se mal non ricordo, non registra che un solo nome di grande poeta contadino: Roberto Burns.
Nelle arti belle non troviamo di meglio. La musica, il canto e gli strumenti musicali dei villici sono ancora allo stato selvaggio e si riscontrano tali e quali nelle trib dell'Africa centrale, nella Polinesia, nella Melanesia e in tutte le altre parti in cui vivono uomini primitivi. Dal contado non  sorto alcun musicista di valore, e, se togliete Giotto e il Segantini, le arti del disegno non sono mai state illuminate dal genio dei villani. "Le opere artistiche che fanno rimanere a bocca aperta e quasi umiliati i pi abili e provetti artisti", non sono esistite che nella barbina fantasia e nel pessimo gusto dei rigattieri. I lavoretti dei contadini, esposti nelle mostre e nei musei etnografici, si rinvengono nelle et preistoriche e tra i selvaggi odierni, e non hanno nulla a vedere colla Cena di Leonardo o col Partenone. Il patrimonio artistico dell'umanit  stato creato dalle popolazioni urbane, e tutti vi hanno concorso: operai, borghesi, nobili, preti. Solo il cervello a foggia di mellone del campagnuolo. resta muto e infecondo
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CAPITOLO 3. Il contadino nella scienza e nella storia
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Molti osserveranno che non  colpa del contadino se dai dominatori per secoli e millennii egli  stato fatto crescere nell'ignoranza e nell'abbrutimento, e che la sua deficienza intellettuale non basta a spiegare il ridicolo, il disprezzo, l'odio che da tempo immemorabile pesano come una maledizione sul suo nome. Altre classi sociali, altre professioni, altre arti, altri mestieri si sono scambievolmemte derisi e astiati.
Le espressioni: reazionario, tenebrone come un prete; arrogante, pretenzionoso, lezioso come un nobile; borghese volgare e goffaggine borghese; imbroglione, cavilloso come un avvocato; pi rozzo d'un magnano; screanzato come un facchino; brutale, sanguinario come un macellaio; acciarpone come un calzolaio, ed altre equivalenti e simili, corrono ancora per le bocche di tutti. Qualcuno anzi dei suddetti nomi  passato nei proverbii e nei dizionarii con significato punto gradito; ma nessuno con tanta persistenza, universalit ed estensione  stato fatto segno al dileggio, alla beffa, alla persecuzione come le voci villano, contadino, rustico, rurale; nessuno ha in egual misura raccolto in s tutto il ridicolo, il grottesco, il brutto, il cattivo che deturpano l'uomo e la societ. E non solo per la classe che indicano, ma anche per coloro i quali la rappresentano; cosicch le espressioni deputati rurali, partito dei rurali ecc. contengono quasi sempre un significato di scherno e di disprezzo, appartengano pure essi alla borghesia, alla nobilt, o al clero.
"Maggioranza rurale, grid il Cremieux, all'assemblea di Bordeaux, lascia parlare Garibaldi!"
Eppure il contadino pu dirsi la nutrice del genere umano. Una societ qualsiasi vivrebbe, in fin dei conti, senza preti, senza legulei; senza scherani, senza medici, senz'artisti e senz'artieri: non riuscirebbe per a vivere senza i lavoratori della terra, tranne il caso d' una primitiva associazione di selvaggi. In ci  profondamente vero il magnifico canto di Eliodoro Lombardi, La Zappa:
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Poeta, la mia zappa  scettro d'oro
E a comprarla, aff mia, non c' denaro:
Ella ruba alla terra ogni tesoro,
Ella fa il dolce ed ella fa l'amaro,
Smetti da' tuoi gran vanti, o barbassoro,
Smetti da' tuoi prodigi, o Merlin caro:
Val pi, lo giuro, questa zappa mia
D'ogni occulto saper, d'ogni magia.
Vedi quell'uva come l'oro bionda?
Ve' quella manna pura com'argento?
Vedi sull'aia il nitido frumento?
Ve' quella rosa fresca e rubiconda?
Quella magnolia che parla col vento?
Ogni frutto, ogni fiore ed ogni pianta
Miracol sono d'esta zappa santa.
E ier l'altro son ito alla cittate,
E un pota sovrano io l'ho sentito.
Egli cant la rustica beltate,
La rugiada, l'erbetta e il gran fiorito,
E cant il giglio, il re delle vallate,
L'alfea pensosa e l'amaranto ardito.
Ed io pensai: Costui cantar le sa
Le cose belle,  ver, ma non le fa.
Poi vidi nell'arnese dei pittori
Con tavola e pennelli un cavaliere:
Ei gli alberi pingea, pingeva i fiori,
Pingea l'orto, la siepe ed il verziere.
E dal pennello poi gli uscivan fuori
Fragole, appiole, melarance e pere;
Ed io pensai: Costui pinger le sa
Le cose belle,  ver, ma non le fa.
E tu le fai coteste e non ti vanti,
Zappa fedele mia, zappa lucente;
Sola soletta tu lavori e canti,
Ma pi potente sei d'ogni potente;
Senza te il mondo non pu ire avanti,
E l'uomo senza te sarebbe un niente:
Zappa, sei tu la dea dell'abbondanza
E dove non sei tu muor la speranza..
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Perch dunque tanto peso d'avversione e di scherno sul povero contadino, sia pure nel semplice significato delle parole? Perch su altre classi e su altri mestieri questo significato non  stato cos persistente, esteso e universale; ma piuttosto ristretto a certe particolarit del mestiere, a qualche vizio o difetto speciale, all'astio reciproco, a competizioni locali; laddove sembra che l'abominazione sociale gravi eterna, spietata, incessante e senza restrizione sulle voci villano o simili?
La risposta  agevole e semplice: perch il lavoratore dei campi nella storia del genere umano ha costantemente rappresentato la parte pi vituperevole e abietta che immaginar si possa, se mai alcuna parte egli vi ha rappresentato, che non sia stata quella del bue, dell'asino e del topo. Il contadino vede il pallone aerostatico calare dal cielo e corre a sventrarlo colla forca, credendolo diavolo; scorge la locomotiva, che bella e orribile si sferra, e la accoglie come un nemico che viene a turbargli la digestione flatulenta e il lavoro d'ilota; osserva inebetito l'automobile, che entra trionfalmente in gara colla locomotiva, e impreca contro di esso perch gli fa adombrare il somaro carico di letame.
Molti ricordano i tristi giorni in cui i binarii e gli stradali erano ingombrati di pietre e di tronchi d'alberi per impedire ai treni e agli automobili d'avanzarsi. Ogni scoperta della scienza, ogni conquista della civilt lo ha trovato sempre o indifferente, o diffidente, o avverso. L'uomo, non v'ha dubbio, di per s stesso  alquanto misoneista, massime di fronte alla novit grandeggiante, imprevista e non compresa; n a tale fenomeno biologico e psicologico sfuggono le pi progredite popolazioni urbane. Senonch queste davanti alla bellezza o all'utilit della cosa nuova ben presto finiscono col darsi all'ammirazione, all'entusiasmo, al proselitismo. Il contadino per non si rassegna a soffrirla o ad accettarla che tardi, molto pi tardi, spesso dopo secoli e secoli. E notate questo fatto importantissimo pel nostro assunto: mentre, gli operai hanno largamente concorso, pi degli altri forse, al progresso della meccanica e delle arti industriali, il villico non ha portato una sola pietra all'edificio agricolo, che  la ragione stessa della sua esistenza, l'unica molla forse dei suoi pensieri e delle sue azioni. Tutti hanno lavorato per l'incremento dell'agricoltura, tutti dal professore all'operaio, non mai per il contadino; il quale ha accolto la maggior parte delle innovazioni agrarie con persistente ostilit, fino punto di respingerle addirittura. Voi potete vedere oggi campagnuoli di paesi civili restare ancor legati all'aratro a chiodo per la sementa e alla coda dell'asino per la trebbiatura; potete sentir loro ripetere con mille giuramenti che certi prodotti del suolo, trattato coi concimi chimici, a tutto son buoni fuorch all'alimentazione umana. E avete un bel predicare per combattere s grossolani errori:  fiato sprecato; talmentech se passasse per la testa a qualcuno di comprare una trebbiatrice a vapore e un aratro voltorecchi, egli li vedrebbe con certezza irrugginire in una stalla di campagna. Non si arrendono nemmeno all'evidenza dei fatti, che per anni e anni si svolgono sotto i loro occhi. Un Watt, uno Stephenson, un Jacquart, un Edison, un Gramme e mille e mille altri, s comuni fra gli operai da formare un esercito innumerevole, non sorgeranno mai dal contado, che alla scienza non ha dato se non tre o quattro grandi nomi dacch mondo  mondo; Pietro Ramus, il La Place, il Vauqueville. l'Oriani, e pochi altri mediocri. I suoi campioni bisogna cercarli fra i pontefici, i prelati, i predicatori, gl'impostori.
La cosiddetta sapienza popolare rusticana non va oltre il proverbio agricolo, i primi elementi del catechismo, le cantafavole della storia sacra e le quisquilie raccolte dalla bocca dei predicatori.
Se poi da questo campo, passiamo al campo politico e sociale, troviamo ancor di peggio. I villani piuttostoch ascoltare il grido della libert, hanno fornito sempre il maggior numero di scherani, i migliori e pi fidi ribaldi a tutti i dominatori, gli oppressori e i carnefici dei popoli. Ogni movimento d'idee nuove, ogni rivoluzione o li ha visti rimanere inerti o li ha avuti nemici. Voi li incontrate resistenti e terribili in Vandea, nelle orde del cardinale Ruffo, nelle guerrillas di don Carlos, nelle bande di Francesco Borbone, nelle masnade di Adolfo Thiers; li trovate incoscienti, sottomessi, feroci negli eserciti dello zar e del sultano; ma non li ammirerete che molto raramente nelle legioni della libert
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Il Carducci cant:
Nel rosso vespro l'arator protende
L'occhio vago a le terre inculte e sole,
Ed il pungolo vibra in su i mugghianti
Quasi che l'asta palleggiasse, e afferra
La stiva urlando: Avanti, Francia, Avanti!
Son de la terra faticosa i figli
Che armati salgon le ideali cime,
Gli azzurri cavalier bianchi e vermigli
Che dal suolo plebeo la Patria esprime
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Peccato che il bello poetico non abbia nulla a che fare colla verit storica! La rivoluzione francese nacque, crebbe e trionf nel tumulto delle folle cittadine. Il villico per molto tempo indifferente od ostile, non comparve col tricolore se non pi tardi come soldato di leva, e i figli della terra faticosa che salgono armati le ideali cime, non sono esistiti se non nella fantasia dei poeti.
Il movimento dell'unit italiana vide i contadini o diffidenti od ostili dal principio alla fine. Pochi anni or sono si leggeva sul Corriere della sera:
"Perch negarlo? Le popolazioni delle campagne lombarde eran fredde se non avverse al movimento nazionale; le testimonianze riboccano nella corrispondenza Casati-Castagnetto e nelle annotazioni copiosissime di cui il Ferrari la ha con grande dottrina ed acume arricchita. Ha tutto l'accento della sincerit, e desta in noi meraviglia e dolore, l'amarezza con cui il Castagnetto si lagna di veder accolti troppo spesso i piemontesi "quali nemici e spogliatori": il Re "pellegrinante di villaggio, in villaggio quasi inonorato in terra straniera"; gli stessi feriti, negletti"!
"Se foste qui (lett. 9 maggio) a vedere quanta poca simpatia si trovi ad assistere i feriti e aver mezzi di trasporto; come i pi malconci appena abbiano un po' di paglia e siano tutti ammucchiati e vestiti, certo che il vostro ottimo cuore ne soffrirebbe e domandereste anche voi se si battono per fratelli o per nemici".
"Nei verbali segreti del governo milanese, pubblicati dal Ferrari con mille altri documenti inediti interessantissimi, l'accusa  pienamente confermata, poich vi si deplora la freddezza delle popolazioni e "che il nemico trovi spie pi facilmente dei nostri!"
"C' da meravigliarsi dell'esito finale sciagurato della campagna, dal momento che a poco a poco il Piemonte rest solo, nell'arena a disputare il successo a un nemico ingrossato ogni giorno da rinforzi formidabili, e assistito anche tanta incrollabile disciplina e fedelt degli stessi italiani arruolati nelle sue file? A S. Lucia, scrive il Castagnetto (in ci concordando con le fonti austriache, raccolte dall'Helfert nell'Oesterreichisches Iahrbuch del 1905) i granatieri italiani dell'esercito radetskyano, nella cui diserzione si era sperato, erano i pi feroci a tirare sui nostri (lett. 50)".
Le Cinque giornate di Milano e la difesa di Brescia si dovettero alle popolazioni urbane; n al 1859 le campagne lombarde si comportarono molto diversamente del 1848.
Garibaldi nel 1860 trov i contadini indifferenti in Sicilia, ostili nell'Italia meridionale, e sarebbe stato fresco se avesse sperato nel loro aiuto. I villani accorrevano s allora, ma solo per assassinare Carlo Pisacane e difendere il Borbone sotto gli ordini di Giona La Gala, del Crocco o del Chiavone. La salvezza della patria, la difesa della libert non li commuovono affatto: sono sempre i primi a cedere e i pi fiacchi a resistere. Al momento del pericolo volgono in fuga senza guardar nulla dietro a loro, o se per caso vedono dare il guasto alla campagna e la scodella messa a razione, allora maledicono la patria, la libert e chi s'incorna ad armeggiare, e chiedono che tutti gli altri si ritirino e fuggano sulle loro orme. Scrive il Guicciardini:
"Posero in questo tempo i Fiorentini l'ultima mano alla guerra contro ai Pisani; perch, poich ebbero proibito che in Pisa entrasse il soccorso dei grani, fatta nuova provvisione di gente, si messero con ogni sforzo a vietare che n per terra, n per acqua non vi entrassero vettovaglie... Ma in Pisa cresceva di giorno in giorno la strettezza del vivere; la quale non volendo i contadini pi tollerare, quei capi dei cittadini, in mano dei quali erano le deliberazioni pubbliche (e che erano seguitati dalla pi parte della giovent pisana) per addormentare i contadini con le arti consuete, introdussero, adoperando per mezzo il Signore di Piombino, pratica dell'accordarsi con i Fiorentini; nella quale artifiziosamente consumarono molti d.....
"E nondimeno era maggiore di tanta necessita la ostinazione di quei cittadini, che erano capi del governo, i quali, disposti a vedere prima l'ultimo esterminio nella patria, che cedere a orribile necessit, andavano di giorno in giorno differendo il convenire, ingegnandosi di dare alla moltitudine ora una speranza, ora un'altra..... Ma una parte dei contadini (e quegli massimamente che stati a Piombino avevano compreso quale fosso l'animo loro) fatta sollevazione gli costrinsero a introdurre nuove pratiche con i Fiorentini".
Cos, dopo lunga ed epica resistenza, Pisa capitol per volere di quegl'iloti vigliacchi. Come si ripete la storia! I mugickj odierni tostoch si sentirono proclamar proprietarii dai bolsceviki, corsero a rimpiattarsi nelle stalle senza badare ad altro: essi avrebbero preferito diventare in perpetuo servi della gleba e cinedi dei tedeschi anzich impugnare le armi per difendere la loro libert e la rivoluzione sociale. Se nell'assedio del 1870-71 a Parigi vi fosse stata un'accolta di cafoni, la citt incoronata dalla gloria, non avrebbe saputo resistere neppure un mese; infatti sembra di travedere quando leggiamo della "incredibile affezione dei villani vicentini (dopo la battaglia d'Agnadello) verso i Veneziani, e tanto, che fatti prigionieri eleggevano pi tosto di morire che rinnegare o bestemmiare il nome loro". Rara avis.
Le insurrezioni servili nel medio evo, erano fomentate, sia pur senza partito preso, dai pensatori, dai letterati, dai poeti, e i villani non vi rappresentavano che la parte pi stolta e animalesca, priva di contenuto ideale.
Roberto Wace, canonico di Bayeux, nel Roman de Rou cos fa parlare i contadini:
Pourquoi nous laisser faire dommage?
Nous sommes hommes comme ils sont;
Des membres avons, comme ils ont;
E de tout autant grands coeur avons;
Et tout autant souffrir pouvons.
Pi tardi nel Roman de Renard, pieno d'odio contro i privilegiati, e nel Roman de la Rose, parlando dei nobili, incontriamo versi come questi:
Que leur corps ne vaut une pomme
Plus que le corps d'un charretier.
N con maggiore rispetto vi si discorre dell'inizio dell'autorit regia. I nobili
Un grand vilain eulx esleurent,
Le plus corsu de quant qu'ils furent,
Le plus ossu et le greigneur
Et le firent prince et seigneur.
Cil jura que droit leur tiendroit
Se chacun en droit soy luy livre
Des biens dont il se puisse vivre..
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Nei fabliaux la nobilt  presa di mira con satira rovente, non meno dei villici. Senonch le varie ribellioni dei contadini in Francia come altrove furono degne di loro: stupide e bestiali. Per ottener giustizia, al solito, si rivolgevano ai dominatori, si lasciavano a lungo menare per il naso, e quando s'accorgevano d'esser presi in giro, si eleggevano un nuovo padrone della loro stampa ed insorgevano intempestivamente e insensatamente, per finire in breve tutti al macello. La stessa Jacquerie del 1358 non pu dirsi nemmeno originale. I villici si rivoltarono sull'esempio della borghesia parigina capitanata da Etienne Marcel; ma la loro ribellione, per altro giusta e sacrosanta, termin stupidamente con un generale eccidio di Jacques, nonostante la loro incalcolabile superiorit numerica.
Pi istruttivo ancora  quello che ci offre la storia inglese.
Prima che i villani prendessero le armi nel 1381, "l'Inghilterra, scrive il Green, ascolt per la prima volta nelle prediche di Giovanni Ball, che i proprietarii chiamavano matto, la condanna del feudalesimo e la dichiarazione dei dritti dell'uomo".
"Buona gente, gridava il predicatore, le cose non andranno mai bene in Inghilterra finch gli averi non saranno in comune e finch vi saranno villani e gentiluomini. Con qual diritto quelli che noi chiamiamo signori sono da pi di noi? Come l'hanno meritato? Perch ci tengono in servaggio! Se siamo venuti tutti dallo stesso padre e dalla stessa madre, Adamo ed Eva, come posson dire e provare che valgon pi di noi, se non perch ci fanno guadagnare a loro pro, col nostro lavoro, quello che essi spendono per soddisfare il loro orgoglio? Vanno vestiti di velluto, se ne stanno caldi caldi nelle loro pellicce di ermellino, mentre noi siam coperti di cenci. Hanno vino, spezie e pane bianco; e noi mangiamo avena e paglia e beviamo acqua. Costoro non fanno nulla ed abitano belle case; noi fatichiamo e soffriamo nei campi, esposti alla pioggia e al vento. Eppure quella gente gode perch noi lavoriamo".
Giacomo Trewman cantava:
"La menzogna e l'inganno hanno regnato troppo tempo, e la verit  stata mossa sotto chiave, e la menzogna e l'inganno dominano dappertutto.... L'amor vero che era tanto buono  scomparso, ed i chierici per denaro fanno male altrui".
Molti altri rozzi canti come questo correvano di bocca in bocca ed eccitavano senza posa i villani alla ribellione. Senonch, mentre il pensatore e il poeta davano un colore ideale al movimento, i contadini non vedevano pi oltre del piatto di lenticchie. Invece di bruciare le luride capanne e gli appestati tugurii in cui marcivano, si diedero a incendiare le case dei proprietarii, i manieri signorili, il magnifico palazzo di Giovanni di Gaunt, il nuovo albergo degli avvocati al Tempie, e tutte le abitazioni dei mercanti forestieri. Poi si presentarono al re, urlando: "Vogliamo che ci liberiate ecc.". Il re, com' naturale, promise mari e monti, e, com' ancor pi naturale, raccolse milizie, li attacc e li fece spietatamente scannare tutti quanti, compreso il re dei pidocchi che s'erano eletto in persona del tintore Littester, quantunque si fossero comportati pi pecorinamente che mai, fino al punto di non volersi appropriare nemmeno un quattrino che fosse caduto loro fra i piedi.
Cos si svolsero suppergi le altre insurrezione servili in Germania, in Spagna e altrove.
Negli stessi grandi rivolgimenti religiosi che mutano la faccia del mondo, il contadino, non par vero,  l'ultimo a comparire, anche quando quei rivolgimenti lo toccano da vicino. Il Buddhismo non fu e non sar mai, nella sua sublimit primitiva, vera credenza di buzzurri. Il Cristianesimo si diffuse e trionf per opera di pensatori, di letterati e di proletariati urbani. I poveri di spirito rurali giunsero con ritardo per recitare nenie, flagellarsi e correr dietro agl'impostori.
La riforma si dovette nella preparazione e nella diffusione al proletariato intellettuale tedesco, come ha provato Georges Platon in un bell'articolo nella Nuova Rivista Storica anno 1917 fascicolo 1.
"L'opinione corrente che il germanico sia un popolo dall'anima religiosa  in grandissima parte errata". La religione per esso non  un bisogno dello spirito, ma una necessit politica, una faccenda commerciale, un appendice del patriottismo, come tutta la Kultur, del resto.
Da un lato la cupidigia che destavano gl'immensi beni della chiesa, monopolio esclusivo della corte di Roma, da cui gl'intellettuali tedeschi erano esclusi; dall'altro lato l'orgoglio della stirpe, che li faceva credere il primo popolo del mondo e tendeva a scuotere l'odiato giogo del papato latino, spinse tutto l'immenso esercito dei teologi, giuristi, umanisti vagabondi, letterati parassiti, studenti male in arnese, assetati di benestare e pronti perci a seguire con entusiasmo la grande rivoluzione religiosa che s'appressava o che Martino Lutero fece sua.
"A motivo dei continui abusi e del cumulo dei beneficii, canonicati, prebende, cure, grasse cure ben retribuite nelle stesse mani, tanti poveri diavoli, licenziati e dottori di diritto canonico, nell'uno e l'altro diritto, in teologia, dopo lunghi anni e dispendiosi studii, si dibattono per tutta la vita nelle peggiori strettezze, si struggono attendendo per tempo infinito una magra pietanza, mentre gli stranieri percepiscono gli emolumenti, stranieri il pi delle volte indegni, senza scienza e senza virt".
Il contadino in questo sobbollimento non c'entra affatto. Egli  vero che il Cochlaeus scriveva: "Lutero non recluta i suoi partigiani che tra i poeti (umanisti pagani), i contadini, i nemici dei preti o i poveri diavoli, che sperano guadagnare qualche cosa al Bundschuh". Lutero cercava, s i contadini, ma costoro non cercavano lui o si affacciarono alla nuova chiesa solo a cose fatte.
L'Islm nacque in mezzo ai mercanti e fu portato in trionfo per il mondo sulla punta della spada dei nomadi.
"I sedentari agricoli di cui il tipo a noi meglio cognito  l'agricoltore medinese degli Ansar, scrive Leone Caetani, erano brava gente, battagliera, tenace e forte, ma non molto intelligente, senza grandi iniziative e soverchiamente attaccata alla terra. Buoni soldati, non produssero verun grande stratega, o uomo di Stato: nello sviluppo dottrinale della nuova fede rappresentarono il partito conservatore e reazionario; ebbero perci poca influenza diretta sui destini dell'Islm internazionale, e scomparvero nella massa musulmana, nella societ cosmopolita che inond Medina dopo la costituzione dell'impero".
E non soltanto all'Islm i villici non diedero uomini di stato e condottieri di genio. La rivoluzione francese, che tanti sommi capitani vide sorgere dal popolo, non ne cav neppure uno dalla vanga che fosse illuminato dal genio. I generali e gli statisti famosi, venuti dai pi modesti lavoratori urbani in ogni paese non si contano; ma il contado, tranne qualche rara mediocre eccezione, non ha visto esprimere altro dalle sue viscere che scherani gallonati della peggiore specie, sulla stampa del Pizarro, di parecchi guerrillros e di alcuni compagni d'arme del cardinal Ruffo. Nessuno Hoche, nessun Fox, nessun Canaris, nessun Garibaldi, nessun Lincoln  stato figlio della terra faticosa.
Nella religione il villano non comprende il rivolgimento morale e intellettuale. Egli invece si lascia trascinare molto facilmente da un fra Dolcino, da un David Lazzaretti o da altro simile ciurmadore che gli prometta il paradiso immediato sul monte Zebello, o sol monte Labro.
Nell'agone sociale  ancor peggio. Nulla, assolutamente nulla devono al contadino la questione sociale, l'Internazionale, il socialismo, l'anarchismo: esso davanti alle nuove idee s' mostrato o stupidamente insensibile, o beffardamente vile, o brutalmente ostile. La borghesia vi ha trovato il suo pi valido sostegno, il pi fido cane di guardia da lanciare contro i novatori, massime nei primi tempi. I rurali in divisa assassinarono la Comune di Parigi, i mugicky macellarono gli ebrei e i nihilisti russi, i villani in Italia, in Spagna, in Austria, in Germania, un po' dappertutto ci son venuti incontro colle forche padronali o coi fucili ammaestrati. Il dialogo Fra Contadini di Enrico Malatesta e il Canto dei Mietitori di Mario Rapisardi non erano allora che pure finzioni poetiche. N i Fasci siciliani, n gli scioperi agrarii, n le loro sanguinose sommosse, in cui andavano avanti colle immagini dei santi o coi ritratti del re e della regina, ebbero mai un contenuto ideale.
Al presente movimento sociale hanno concorso operai, borghesi, scienziati, letterati, intellettuali d'ogni classe, e perfino nobili; il proletariato urbano ha dato le schiere formidabili, ma le ciurmaglie rustiche non si son fatte vedere, che assai tardi e solo sporadicamente, senza forza e senz'effetto. Quello stesso contadino toscano, che fa andare in visibilio i rigattieri della lingua e i bagattellieri di stornelli idioti,  oltremodo, egoista, beota, avverso alle idee nuove. Pochi anni or sono a San Romano, nel collegio di San Miniato al Tedesco, gl'iloti al servizio di Francesco Guicciardini volevano linciare due avvocati fiorentini socialisti, venuti a perorarvi la candidatura di Carlo Corsi; e se non fu sparso sangue, si dovette all'intromissione mia e degli anarchici di Santa Croce sull'Arno. Del resto ci che allora avveniva in Toscana succedeva di preferenza, neanche a farlo apposta, nelle regioni e nei luoghi dove le idee sociali erano pi diffuse e pi progredite. Fra i contadini siciliani, sia detto tra parentesi e ad onor del vero, non si  visto mai nulla di simile. In questa partita i nostri villici hanno da dar lezioni non solo alle stesse popolazioni urbane della Sicilia; ma anche ai loro compagni di contrade che si vantano di stare all'avanguardia del progresso e che portano in mostra il loro cranio brachicefalo come indice di superiorit zoologica e di civilt soverchiante; quel cranio che la presente guerra ha trasformato in distintivo di razze inferiori. I cosiddetti nordici appariscono beoti di fronte a coloro che un canagliesco saltimbanco settentrionale chiamava beffardamente sudici. Qui, fra i contadini siciliani, qualsiasi propagandista di qualsivoglia idea, dal clericale all'anarchico, diventa sacro e inviolabile. Egli pu parlare a suo piacimento, pu esporre la propria opinione come meglio gli aggrada, sicuro di essere accolto con rispetto e ascoltato con attenzione, senza l'ombra di ostilit. I casi di Lorenzo Panepinto, di Bernardino Verro, di Niccol Alongi e di pochi altri non hanno nulla a vedere coll'intolleranza politica e col difetto di educazione sociale. Si tratta di competizioni economiche personali, di combriccole locali, di astiosit private, che saranno biasimevolissime, ma che ancora per fortuna non hanno insanguinato la Sicilia come ben altre competizioni rurali e urbane hanno insanguinato la Romagna, la Toscana, la Lunigiana, ecc.
Da quanto ho esposto si rileva che il contadino non promuove, non alimenta, non segue i grandi rivolgimenti politici e sociali, neppure quando lo toccano direttamente; anzi di regola li ostacola, e poi quando  travolto dal fatale andare del turbine, lo soffre balordamente o si asside alla tavola imbandita, se ci gli torna comodo. Egli non guarda mai all'avvenire n suo n d'altri, e non vede che l'utile volgare, animalesco, immediato. Non sa affatto che cosa significhino comunismo e collettivismo, n vuol sentir parlare d'anarchia o di socialismo come d'aspirazione ad un migliore assetto sociale di l da venire.
Alla propaganda in tal senso vi risponde con un'alzata di spalle o con un riso sardonico. Tutt'al pi balbetter: "Va bene s, ma  impossibile, inattuabile". Ovvero: " lontano. Chi sa quando verr? Da qui a mill'anni". Ne ho sentiti moltissimi ragionare nel seguente modo: "L'anarchia sarebbe eccellente, c' per un guaio che non la rende accetta: voi anarchici volete le donne in comune, non e vero? E come si fa senza moglie e figli? Poi volete abolire la messa e buttar gi le chiese, quasich fosse possibile vivere senza Dio. Se si trattasse di divider le terre... Oh, allora saremo pienamente d'accordo!"
Ora domando io: che gusto ci pu essere a predicare a simili bestioni pi cornuti del bove e pi ignoranti dell'asino? Molti candidati socialisti da principio non furono accolti con maggiore entusiasmo dai lavoratori rurali. Aurelio Drago, per esempio, qui, dove mi trovo, nella sua prima candidatura non racimol che una dozzina di voti fra i contadini, e in tutto il collegio non pi di cento. Il resto li ebbe da borghesi e operai: i villani votavano pi volentieri per chi si lasciava svaligiare da loro. Solo nelle ultime elezioni egli pass trionfalmente, dopo avere promosso qualche affittanza (sic) collettiva e dopo aver lasciato intravvedere un vicino possesso della terra. Qualsiasi deputato che attinge la sua forza elettorale dalla campagna, pu star sicuro d'andar gi ruzzoloni tostoch finir di essere il loro umile e devoto faccendiere, l'atteso messia del paese della cuccagna. Ecco perch i villici seguono senza esitare e levano sugli scudi ogni impostore o cavadenti fino al punto di dissotterrare i cadaveri come nel Sortilegio del Giusti, o d'ingoiare stronzoli canini come quelli che vendette Gonnella alla fiera di Salerno, secondo narra Franco Sacchetti. I novatori, gli apostoli, gli eroi dell'azione individuale, i martiri di un'idea, al contrario, per loro non sono che pazzi da catena, o scomunicati nemici di Dio e del re, o per lo meno stravaganti da circo equestre; e non  raro il caso in cui i villani prestano man forte ai persecutori e ai carnefici. Cesare Lombroso, l'antropologo della forca e della fogna, d questo consiglio alla borghesia, fra i tanti, per la profilassi contro gli anarchici, "Ordinare (agli sbirri) di lasciar libere le popolazioni di manifestarsi anche con atti violenti contro di loro". Che bestiaccia puzzolenta! Credeva di essere un tirapiedi originale, mentre ignorava i primi elementi della storia. Senza bisogno del suo consiglio, i contadini sono stati sempre pronti ad assassinare gli eroi di Sapri e i Comunardi, a lapidare Luisa Michel, a ingrossare le guerrillas di Ferdinando Settimo, a correre dietro a fra Diavolo, a seguire Cipriano La Gala. Se si bandisse un plebiscito fra i contadini italiani delle terre irredente, io non so chi avrebbe pi voti, se Carlo Primo d'Austria o Vittorio Emanuele Terzo.
N c' da stupirsi di questo, perch tutti sappiamo ormai con quale facilit e incoscienza il villico passa dalla lega o dalla camera del lavoro socialista alla cassa rurale cattolica e viceversa, secondo il proprio tornaconto. Nelle camere dei lavoro di molti luoghi voi vedete esposti i ritratti del re e della regina soli o in compagnia di qualche capoccia pi o meno deformato, e non  raro il caso di bandiere col sole dell'avvenire benedetto in chiesa dal frate predicatore dopo essere state salutate in piazza da un oratore socialista.
Nella Polonia austriaca tempo fa era invalso l'uso fra gl'intellettuali di ricercare, al solito, nel contado la purit della stirpe, il vigore della riscossa, l'avvenire della patria polacca, o perci molti artisti gareggiavano nello sposar contadine, ritirandosi poi a lavorare in campagna. Senonch a turbare l'idillio venne un drammaturgo, di cui non ricordo il nome, il quale evoc sulla scena le gesta poco edificanti dei villani polacchi e specialmente la jacquerie ordinata dal Metternich in Gallizia nel 1846.
Il contadino inglese, proprio quello appartenente alla razza superiore per eccellenza,  il vero tipo dell'ilota misoneista e reazionario, in perpetua adorazione del landlord e servilmente curvo davanti a qualsiasi padrone. Al principio del secolo scorso la miseria delle plebi campagnuole in Inghilterra fu cos spaventosa da non trovare riscontro nella storia, neppure al tempo dei servi della gleba; e fino a pochi anni or sono i contadini abbandonavano le campagne per darsi ai lavori industriali, tantoch lo spopolamento del contado incominci a impensierire grandemente il governo inglese. Non parliamo poi dell'Irlanda: l il contadino  stato trattato come un bruto, sicch nel fatto dell'educazione civile, delle superstizioni e dei pregiudizi egli  ancora allo stato druidico in tutta l'estensione della parola; in modo tale che se i preti lo invitassero a liberare dalla prigionia il papa, egli accorrerebbe con entusiasmo ad impugnare le armi per la ricostituzione del potere temporale.
Eppure chi lo crederebbe? Or non  molto una magna rivista inglese, la Century, scriveva queste precise parole, riprodotte da Napoleone Colaianni sul Giornale di Sicilia: "Il nostro problema dei Negri trova il suo riscontro nella popolazione non italiana del Sud, colla differenza che il progresso dei Negri  stato maggiore di quello dei Siciliani".
Come gentilezza d'amici e d'alleati non c' male; come boria di pirati omosessuali e senescenti pu passare; ma per la verit storica  bene notare che nessun contadino siciliano, anche nell'estrema miseria,  mai caduto nell'abiezione morale e intellettuale del campagnolo inglese.
Ora, dopo la rivoluzione bolscevica,  venuta la volta del contadino russo. Tutti i predoni, gli sfruttatori, i gaudenti internazionali si son messi a dar la croce addosso al mugick quasich egli non fosse uguale agli altri, cio vittima dell'ambiente in cui l'hanno tenuto i vampiri dominatori.
Ma andatela a contare a quel profetico energumeno di Napoleone Colaianni, che un giorno condanna al vituperio Francesco Crispi e dopo ne scrive l'apologia; che oggi getta nel fango Giolitti e domani lo dichiara "migliore della sua forma"; che nei Latini e Anglo-Sassoni mise a nudo le piaghe inglesi e ora ne leva al cielo la grandezza e la bellezza; che al principio della guerra, sotto lo zar, esaltava la forza e il vigore del popolo russo e adesso lo pone nell'inferno dantesco. Nulla stomaca pi dello diatribe inconcludenti e delle incoerenze paranoiche di quest'uomo nefasto, il quale nella sua viscida verbosit di rammollito si fa banditore di sante alleanze borghesi e di spedizioni punitive.
E torno all'argomento.
Certo alcuni difetti e vizii del contado possono riscontrarsi fra le popolazioni urbane, che anch'esse non di rado patiscono di misoneismo; ma se Parigi si lord colla notte di San Bartolomeo, lav poi la macchia colla presa della Bastiglia. Nel proletariato cittadino la neofobia di oggi, domani diventa neofilia, e il novatore, un giorno dileggiato e perseguitato, ben presto  compreso ed acclamato. Ma il cervello del campagnuolo permane sempre lo stesso: refrattario a ogni fuoco e a ogni fiamma, sordo a qualsiasi voce eroica e profetica. Le sue azioni mancano assolutamente di contenuto ideale, e, s'egli passa colla massima facilit dall'adorazione dello zar, il piccolo padre, al culto dei bolscevichi, lo fa perch ci gli torna conto, perch il bolscevico gli ha promesso il paese della cuccagna colla spartizione delle terre. Quando per vien l'ora di cavar fuori il grano che gli avanza per mandarlo a Pietrogrado o a Mosca, dove si muore d'inedia, egli si ribella e preferisce lasciarlo marcire sotto terra, anzich darlo per sfamare i lavoratori delle citt. Lo stesso  avvenuto in Germania e avverr altrove. Il comunismo, il collettivismo, la rivoluzione sociale per lui son parole vuote di senso. La spartizione della terra: ecco la sua Fata Morgana! Senonch il suolo in tal caso non dovrebbe diventare bene comune, ma cosa sua, col jus utendi et abutendi fino all'estreme e pi brutali conseguenze. I prodotti della terra dovrebbero appartenere esclusivamente a lui; con questo per, che senza compenso egli vorrebbe partecipare agli altri benefici della civilt e agli utili del lavoro altrui: alle scarpe del calzolaio, al vestito del tessitore e del sarto, al carro del legnaiuolo, alla casa del muratore, alla cura del medico, alla lezione del maestro, alla strada ferrata del meccanico, alla nave del marinaio. In altri termini quello ch' d'altri lo vorrebbe in comune, ma quello ch' suo dovrebbe restare in eterno propriet privata. Il furto  la sua ossessione costante, anche a danno dei pi miseri proletarii; il furto a danno suo per diventa sacrilegio.
Ogni altro lavoro manuale o intellettuale che non sia il proprio, non costa e non conta nulla. Nessuno al mondo fatica, o si strapazza, o rischia la pelle come lui, neanche il minatore, neanche il marinaio, neanche l'infermiere. Gli operai non sono che inutili vagabondi, succhioni della peggiore specie, gaudenti che vivono alle sue spalle: l'ho udito ripetere migliaia e migliaia di volte, in ogni occasione. Ma v' di peggio. I lavoratori rurali mancano affatto del sentimento di solidariet, di reciprocit, di fratellanza, che pure sono cos spesso vivi tra gli operai; e quando capita s'ingannano, si frodano, si sfruttano, si calpestano a vicenda, fra loro stessi
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CAPITOLO 4. La moralit del contadino
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I villici di ogni razza, paese e tempo si somiglian pressoch tutti come fratelli, anche nella moralit. Le eccezioni sono cos rare e trascurabili che non mette neppur conto rilevarle. Il contadino della restaurazione, scolpito nella Vie de campagne e nei Paysans del Balzac,  suppergi lo stesso del rurale del secondo impero, ritratto dallo Zola ne La Terre. Ambedue poi ritrovano i loro fratelli dappertutto: in Spagna, in Italia, in Germania, in Austria, in Polonia, in Russia, in Turchia e perfino in Cina. La sua morale  primitiva come quella del selvaggio, con questo per, che del selvaggio egli non ha n la semplicit n l'ingenuit. Un selvaggio dell'Oceania diceva: " bene rubare la donna altrui;  male avere rubata la propria". A cui fa eco il detto pi espressivo d'un cannibale africano, se mal non ricordo: "Bene  mangiare gli altri, male  l'essere mangiato". Or costoro davano s curiosa definizione del bene e del male in buona fede, nella credenza che per loro ci fosse giusto ed onesto; ma il contadino opera nello stesso modo pur sapendo di andar contro allo morale sociale corrente.
Sotto certi aspetti la sua moralit somiglia molto a quella dei peggiori delinquenti; senonch i mafiosi, i camorristi, i teppisti, i rapinatori, gli assassini nella maggior parte dei casi hanno vivissimo il sentimento della gratitudine verso chi li aiuta, li favorisce, li protegge, li salva; laddove il contadino ignora affatto tal virt. Voi potete beneficarlo quanto volete; potete amarlo, onorarlo, arricchirlo, esaltarlo, salvargli cento volte la vita; ma tutto dovete aspettarvi da lui, anche una pugnalata alla schiena dopo pochi giorni, non mai un minimo atto di riconoscenza. Nell'animo suo abietto covano senza numero le passioni perverse; rarissimamente per troverete un sentimento buono. Gli stessi affetti familiari sono informati al pi bestiale egoismo. Alcuni selvaggi sogliono divorare i genitori invalidi o vecchi, credendo che questi non possano trovare miglior sepoltura della loro trippa. Secondo il loro modo di pensare quegli antropofagi compiono un atto di piet filiale; atto nefando, orribile, in cui per l'intenzione  buona, intenzione che nel villano non si riscontra affatto. Per lui i genitori invalidi o vecchi sono esseri inutili, che dovrebbero affrettarsi a morire per liberarlo da insopportabili fastidii. Io e molti altri abbiamo spesso sentito ripetere ci in campagna, al lavoro. Se i genitori previggenti conservano fino alla morte una casetta o un pezzo di terra, sono implacabilmente odiati dai figli, che ne invocano ogni momento la morte; se invece si spogliano dei loro averi, piccoli o grandi che questi siano, finiscono quasi sempre disprezzati e affannati. Non  raro il caso in cui il giorno dopo un atto di donazione o di vendita, il figlio, d'un tratto, butta fuori sulla strada il genitore cadente, che solo qualche volta ottiene dalla prole un tozzo di pane rivolgendosi al magistrato.
Il secolo scorso un missionario appena giunto nel centro dell'Africa ebbe l'infelicissima idea di convertire su due piedi un ferocissimo cannibale alle pi severe pratiche del cristianesimo. Il selvaggio, forse allettato dai regalucci e dall'apparato europeo della nuova propaganda religiosa, addivenne a farsi battezzare; ma il missionario lo rimand indietro, dicendogli che egli non poteva diventare cristiano senza prima liberarsi del numeroso stuolo di donne che lo seguiva. Il neofito volse indietro e dopo qualche tempo ritorn per ricevere l'acqua fresca sul capo, accompagnato da una sola moglie. "E che cosa ne hai fatto delle altre?" chiese soddisfatto il missionario. "Le ho tutte mangiate", rispose trionfalmente il cannibale. Figuratevi come rest il prete! Ma il selvaggio avr certamente pensato che, abbandonando il suo harem in mezzo alla foresta, questo o sarebbe morto di fame o sarebbe stato divorato da altri, e perci si mise allegramente a banchettare. Egli cos operando credette di compiere l'opera pi cristiana di questo mondo. Invece il matrimonio pel villico non  che un grossolanissimo negoziuolo: si tratta d'acquistare una serva ubbidiente e una docile bestia da soma, e poi d'arrotondare un campicello o metter su una casetta. Se la bestia da soma muore, non passa un mese che l'asino stallone senza commoversi ne cerca un'altra, non curandosi nemmeno della sorte che potrebbe avere il cadavere, che interrerebbe accanto alla casa, dove tiene legato il maiale, se le leggi non lo vietassero.
I figli, nell'et innanzi al matrimonio, sono posti alla pari colla vacca, col bue, col mulo, col somaro, col porco: animali da sfruttare quanto pi sia possibile; e non  raro il caso che siano tenuti in molto minor conto di questi. Qualcuno dir ch'io esagero, ma io voglio disingannarlo attingendo alle fonti dirette del contado. Il Salomone-Marino nella sua idilliaca opera sui contadini di Sicilia scrive: "E di tal maniera  intimo l'affetto tra contadino e asino, s stretta  la loro unione, che i due esseri si confondono, si identificano, cosicch, senza pur l'ombra di ironica intenzione, il poeta del popolo pu cantare:
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E cu' dissi viddanu, dissi sceccu,
Sceccu e viddanu su' tutta 'na cosa,
Su' la fastuca cu lu cornabeccu,
Si li spartiti, 'un sannu fari cosa;
D'erva si pasci lu viddanu e lu sceccu,
Sceccu e viddanu in terra s'arriposa:
Sceccu e viddanu nun ci metti peccu,
Su' basi d'ogni beni e d'ogni cosa
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"Or si pensi un po' che e quanto importi la morte dell'asino.  un vero disastro,  un lutto superiore a qualunque altro; e ce lo testifica questa espressione, che pi volte ho colta in bocca dei villici: - Centu voti la mugghieri o 'na figghia, e no lu sceccu! Cu perdi lu sceccu, perdi la vita s!
In un altro rispetto il contadino canta alla fidanzata:
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Galanti zita mia! zita 'ccillenti!
Tu si' lu ciuri di tutti l'amanti;
Si pirdissi lu sceccu, nun fa nenti,
Truvannu a tia, nni truvai tanti!
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Qui, come ognun vede, egli si rassegnerebbe alla perdita dell'asino, nella speranza per di trovare chi ne faccia le veci nella moglie; e che tale sia il vero senso dei sopraccitati versi, lo conferma il seguente proverbio villano, troppo villano:
Cu' perdi sceccu e ricpira amanti,
Nni perdi unu e nni guadagna tanti.
Io stesso in Francia pi volte sentii ripeter a qualche contadino: "Questa vacca val pi d'una donna! Io la stimo pi di mia moglie". Chi avesse vaghezza di saperne di pi, legga il Balzac, lo Zola, il Maupassant e tanti altri scrittori francesi.
I sentimenti dell'onore personale e della dignit umana, il contadino li tiene costantemente nascosti nel letamaio. La parola data, le obbligazioni morali, i contratti, sia puro in senso sociale nient'affatto borghese, sono per lui veri pezzi di carta straccia, come i trattati per i tedeschi. Al contrario egli pretende dagli altri, non esclusi i pi miseri lavoratori oltre quello che non sia stato promesso o contrattato.
Nelle pubbliche calamit, negl'infortuni, nelle pestilenze, il villano  il primo a fuggire, l'ultimo ad accorrere. Quante volte non m' capitato davanti a una casa che brucia o ai campi che vanno in fiamme, appartengano essi al comune o al pi modesto lavoratore, vedere i contadini, i contadini soli, starsene ridendo colle braccia incrociate e col naso all'aria! Invitati a prestare aiuto, rispondono coll'ebete sorriso sulle labbra: "Chi paga? Quanto mi date?" O semplicemente: "Che me n'importa! Ho paura del fuoco!" E voltan le spalle. Spesso in simili frangenti ho dovuto costringerne parecchi al soccorso colla rivoltella in pugno. Nell'incendio dell'estate scorsa, che devast le nostre campagne, incendio provocato con certezza qui come altrove da contadini, per salvare il magnifico bosco comunale da un'imminente distruzione, dovetti ricorrere all'opera volenterosa di pochi monelli, che incontrai sulla via. Centinaia di lazzaroni rustici stavano a guardare da lontano, dei quali accorsero due soli. E dire che del suddetto bosco ne ricavano utile quasi esclusivamente loro!
Molto di frequente corrono, s, a rotta di collo, ma per saccheggiare, come nel terremoto di Messina, fra le cui macerie si comportarono da veri sciacalli e avvoltoi. Il saccheggio non si nega,  stato sempre la sirena di tutte le folle in divisa, in guanti o in cenci; ma per i villici esso ha avuto un allettamento speciale, irresistibile in tempo di pubbliche calamit; tantoch sembra travedere quando si legge che nella rivolta dei contadini inglesi i ribelli "si gloriavano di essere ricercatori della verit e non ladri e predoni", fino al punto di gettare nelle fiamme del palazzo di Giovanni di Gaunt un ladruncolo che stava rubando un vassoio d'argento. Nell'insurrezione dei comuni in Francia, vista Laon abbandonata e indifesa, i villani vi si gettarono sopra come uccelli da preda e poi si unirono all'esercito del re, ch'era accorso a sterminare i ribelli cittadini. Pi tardi essi trovarono un condottiero ideale nel cardinale Ruffo, il quale riusc a saziarli solo coll'immane scempio di Cotrone. Purch saccheggino, non guardano punto se le vittime siano amiche o nemiche, n se il luogo scelto per la preda sia paesano o straniero. La sconfitta della propria gente non li trattiene affatto dall'opera infame, sicch finiscono col diventare pi infesti degli stessi invasori. Dopo la rotta dell'esercito austriaco una torma di villani croati cal a Vrana presso Zara Vecchia e "in poche ore invase e di- strusse col fuoco e colle falci, scrive un corrispondente di guerra, un magnifico deposito di grano del valore di molti milioni: tutto il raccolto di quest'anno requisito ma non prelevato pel distretto di Zara. Distrusse anche le macchine agricole e si impadron di centinaia di capi di bestiame". Nel Trentino i terrazzani corsero a saccheggiare sulle orme dei soldatacci in fuga.
Avidi come sono di rapina e di distruzione, tostoch fiutano una preda qualsiasi, vi si gettono sopra coll'imprevidenza e col furore dei selvaggi, senza valutare menomamente gli effetti futuri e il danno che recano alla comunit. Qualche mese fa la Croce Rossa Americana mand qui molte casse di latte condensato per le famiglie dei richiamati e gli orfani di guerra bisognosi di cure. Si stabil che nessuno potesse averne senza l'ordine del medico. Ebbene, lo credereste? Tostoch se ne sparse la voce, una turba di canaglie, in gran parte rurali, si rovesci in casa del medico, chiedendo minacciosamente scatole sopra scatole. Questi, non sostenuto dalle autorit, per liberarsi di un simile assalto, pericoloso anzich no, rilasci loro tutti i buoni che volevano. Cosi in pochi giorni fu dato il sacco al latte condensato, che poi dai saccheggiatori fu venduto per le strade al migliore offerente; con quale danno per i poveri ammalati ognuno pu immaginarlo, mancando allora quasi del tutto il latte fresco di capra e di vacca.
Le religioni pel contadino si riducono a puri feticismi, simili alle primitive credenze dei selvaggi, con tutto il bagaglio dei pi infantili pregiudizi e delle pi immorali e criminose superstizioni. Egli invoca una divinit qualsiasi o come complice della sua delinquenza, o come protettrice della sua schiavit e della sua abiezione; perci nell'atto di consumare un delitto molto di frequente chiede a Dio o al santo che lo aiuti nella buona riuscita dell'impresa. Non c' vizio, non c' colpa, non c' nefandit che non si sconti l per l con una giaculatoria, con una messa, con una pratica religiosa di pochi minuti.
Dai proverbi citati nel secondo capitolo di questo lavoretto, e che sono comuni quasi a tutte le lingue, si rileva che la psicologia popolare, al pari della psicologia degli scrittori, non s' ingannata mostrandoci il villico a volta a volta goffo o vano, sospettoso e credenzone, balordo e rapace, avaro e litigioso, avido e meschino, ingrato e pretenzionoso, vigliacco e brutale, perfido e servile, stupido o malvagio. L'amore della terra l'attaccamento fanatico al suolo, che secondo qualche scrittore francese hanno avuto parte preponderante nella formazione della sua anima, non sono che una leggenda. Pu darsi che quell'amore esagerato e quell'attaccamento morboso li sentano i villici di certe regioni: ma per i pi essi non sussistono, e ci volevano le emigrazioni in America per provarlo in modo inoppugnabile. In molti paesi i campagnuoli hanno emigrato a fiumane ininterrotte, interminabili, lasciando spopolati e deserti vastissimi territorii, da principio veramente, costrettivi dal bisogno, ma poi col solo intento d'arricchire. Alla loro mente l'America, e in minori proporzioni l'Africa settentrionale e altre colonie degli stati europei, sono apparsi come l'Eldorado dei conquistadores spagnuoli, che avrebbe dovuto liberarli dalla schiavit del suolo e dall'incubo dell'aratro. Fin da ragazzo ho sentito sempre ripetere: "Vado in America per dare un calcio alla terra e una fucilata alla zappa"; e ci  tanto vero che, emigrando in America o altrove, i lavoratori dei campi cercano generalmente d'inurbarsi, di diventare, operai cittadini, speculatori, commercianti.  vero che parecchi fanno eccezione;  pur vero che alcuni tornando con un peculio qualsiasi mirano a comprare un pezzo di terra per diventare proprietarii; sono ancor pi per coloro i quali tendono a imborghesirsi, a trasformarsi in bottegai e perfino in usurai. E costoro formano la peggiore genia di pidocchi infarinati e di borghesucci nuovi: tutti somari incappellati, pappagalli burbanzosi, beffardi sfruttatori, spudorati strozzini; perch ognun sa ormai che non c' peggiore villano rifatto del contadino rimpannucciato.
Anche nei paesi in cui l'agricultura  tenuta in sommo onore, fino a confondersi spesso colla religione medesima, l'opinione corrente sul contadino non varia, n muta la sua psiche. Ho fra le mani alcuni capitoli del Li- Ki tradotti e commentati bellamente da Carlo Puini. In essi si legge:
"Il re insegna ai principi l'obbligo di provvedere agli altri, con arare di sua mano il proprio campo....
"Il re da s stesso conduce l'aratro nel suburbio meridionale, per la provvista delle sacre offerte; e la regina coltiva da s stessa i filugelli nel suburbio settentrionale, per provvedere alle vesti sagrificiali.
"Il principe anch'egli conduce da s l'aratro nel suburbio meridionale per provvedere i cereali delle offerte sacre; e la moglie di lui coltiva i filugelli nel suburbio settentrionale per provvedere le vesti sagrificiali.
"Il re e i principi non manchino di lavorare il loro campo; e la regina e le principesse non manchino d'allevare i filugelli. Con ci eglino addimostrano la veracit dei loro sentimenti; dando esempio della propria sollecitudine nell'adempimento dei proprii doveri".
Confucio interveniva volentieri alla festa campestre che i cittadini celebravano in onore degli Otto Spiriti tutelari rustici e godeva assai di stare in mezzo a loro. Ci nonostante in Cina la parola villano ha lo stesso significato che ha nelle altre lingue, e i lavoratori dei campi vi rappresentano suppergi la medesima parte.
Dappertutto dunque il cranio del villico non  stato mai il crogiuolo in cui si fonde il metallo della civilt
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CAPITOLO 5. Il campanile e la bandiera
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Pochi anni dopo che Alfonso di Lamartine pubblic l'insulso Dernier chant du plerinage d'Harold, un altro franco mascalzone appena sbarcato in Sicilia scrisse di noi: "Un peuple hideux pour la misre et l'ignorance". Egli era Constant Prevost, inviato dalla R. Accademia delle scienze di Parigi per osservare il vulcano sottomarino sorto fra Pantelleria e Sciacca nel 1831. Le citt della Sicilia che visit gli furono larghe d'ospitalit e di gentilezza, i dotti gareggiarono nell'accoglierlo e onorarlo; ma nulla valse a mitigare l'innata insolenza gallica di quell'accademico, che nel lanciare la sua non provocata invettiva prese le mosse dal misero stato in cui vivevano allora i poveri contadini siciliani. Forse il suolo gli scottava i piedi, perch ogni zolla, ogni sasso, ogni nome doveva ricordargli la tremenda sconfitta, patita dalla sua gente in quell'epica gesta, durata un ventennio, che va sotto il nome di Vespro Siciliano, unico nella storia dei popoli. Forse nel guardare i nostri villici si risovveniva dei formidabili guerriglieri di Palmiero Abate e di Blasco Alagona, che aver sfidato e vinto tutta l'Europa guelfa. Non a torto quindi un verseggiatore del tempo cos rispose al Prevost;
Codardo! Egli ment. Dessi al tapino.
Odio inonesto?......
Maledetto quel d che l'Angioino
Sul crin de' padri avvicend nefasti
Giorni d'infamia, e suscit vendetta
Che volgere di secoli cotanti
Pur nei nepoti il sovvenir non scema.
Nessuno mette in dubbio che nella definizione dell'accademico francese vi  molta parte di verit: poich non bisogna dimenticare che si viveva allora sotto i Borboni, degni eredi della dominazione spagnuola.
Ma la canaglia rurale della Francia non era migliore, anzi sotto certi aspetti era assai peggiore. Lo hanno detto e ripetuto in coro un vero esercito di scrittori francesi: romanzieri, poeti, storici, economisti, sociologi, fra i quali alcuni grandissimi. Basta nominare fra tutti il Balzac, il Maupassant, lo Zola. Da questa letteratura ne vien fuori il pi tristo contadino che sia mai esistito sulla faccia della terra: zotico, avido, litigioso, egoista, reazionario, perfido, crudele, fino al punto d'aver creato un proverbio senz'eguale: Qui terre a, guerre a. Al villano della Beauce di Emilio Zola fa degno riscontro il contadino normanno dal Maupassant, che per la sua ubbriachezza, la sua testardaggine, la sua superstizione, la sua sordidezza e la sua brutalit occupa uno dei primi posti nella scala della degenerazione umana. I rurali delle altre regioni della Francia sono loro degni fratelli, e sembra che le molteplici rivoluzioni francesi non siano venute se non per fomentarne le male passioni e alimentarne i cattivi istinti. Prima dell'ottantanove essi tentarono molto di frequente qualche jacquerie al punto che Ippolito Taine ne Les origines de la France contemporaine, se mal non ricordo, ne novera centinaia; ma dopo la grande rivoluzione, che li cav di servit e permise loro di comprare un pezzetto di terra, sono diventati i pi feroci mastini della borghesia, i pi brutali alguazili dei preti. Se il tricolore di Valmy non dovesse servire che ad ammantare questa canaglia, ei farebbe ben trista figura, non dico davanti ai contadini siciliani, ma in mezzo agli stessi Crumiri della Tunisia e ai Canachi della Nuova Caledonia. Talmentech possiamo conchiudere con Saverio Merlino: "In quanto a te o lettore francese, se per caso tu fossi tentato di rallegrarti dei nostri mali, io ti direi: non metterti in fregola di chauvinisme, per carit! poich, se tu sapessi leggere, t'accorgeresti ad ogni pagina di questo volume che, Mutato nomine, de te fabula narratur.
E passiamo ai tedeschi. Tanto nomini nullum par elogium, se per avventura non fossero finiti come i pifferi di montagna, che andaron per sonare e furon sonati.
Augusto Schneegans, scrittore tedesco e console imperiale a Messina, trent'anni or sono scrisse un bel libro su la Sicilia nella natura nella storia e nella vita. Vi si sente, al solito, la burbanza germanica, il rappresentante dell'impero di Carlomagno, il campione della schiatta predestinata d'Arminio. Ma quanto siamo lontani dal Lamartine, dal Prevost, dal Dorin e simile genia! Costoro nella loro furiosa, inguaribile, perpetua paranoia disprezzano per alterigia, vilipendono per astio, denigrano per invidia, calunniano per partito preso; il tedesco invece con tutta la sua insopportabile megalomania kulturale, seguendo le orme immortali del Winckelmann, del Goethe, del Gregorovius, ammira il bello e il buono dove lo trova, tanto da scrivere con sincero entusiasmo:
"Molto si racconta e si scrive sull'ospitalit degli Scozzesi, divenuta ormai proverbiale; sicch quando si vuol portare alle stelle l'accoglienza ricevuta in una casa straniera, si suole paragonarla all'ospitalit scozzese. Nello stesso modo, e forse anche pi si potrebbe esaltare l'ospitalit siciliana, perch in nessun altro paese, neanche in Scozia, colui che  raccomandato ad una famiglia, viene accolto con una cortesia cos squisita e premurosa in tutta l'estensione del termine, e con una gentilezza, che si potrebbe (servendoci della maniera di parlare un poco enfatica degli Italiani) chiamare anche amicizia. Verso il forestiere del tutto sconosciuto, o verso il viaggiatore che  soltanto di passaggio, si palesa questa gentilezza dei Siciliani. Anche nell'interno dell'isola, a torto screditato, il viaggiatore non picchia mai invano a una porta. Con molto garbo ottiene il permesso di visitare i giardini e le ville, o di fermarsi dove si gode una bella visuale: gli viene offerto del vino e delle frutta, e quando  in compagnia di donne, dei bei fiori, rose e camelie".
Senonch lo Schneegans ogni volta che s'incontra in contadini non vede che figure incappucciate di Beduini collo sguardo sinistro verso il forestiere, e col contegno poco rassicurante d'una banda di masnadieri; facce che portano impresso il fatalismo musulmano, l'apatia sciroccosa e il "dolce far niente" meridionale.
Nella stessa guisa un tedesco, impegolato di letteratura, presentemente internato in un paese della provincia di Palermo, due mesi fa scriveva altezzoso a Napoleone Colaianni ribadendo la puerile storiella della mafia, intesa come "istituzione (?) siciliana".
Lasciamo stare il fatalismo e il fanatismo sedicenti musulmani, che neppure gli arabi seppero che cosa fossero.  una leggenda ripetuta pappagallescamente dai dilettanti e dagli ignoranti, "fondata sopra un cumulo di errori", come nota un grande maestro di cultura semitica, Leone Caetani. Il fatalismo di cui parla lo Schneegans invece ognuno pu riscontrarlo nel contadino tedesco, che fino al secolo ventesimo si  adattato senza mormorare a un ordinamento feudale da lungo tempo scomparso in Sicilia e che  stato precipua cagione dell'ultima spaventosa calamit abbattutasi sull'umana famiglia. Il fatalismo politico e sociale ha pesato come una cappa di piombo sui villici alemanni, massime sui prussiani, che nulla hanno mai tentato per scuoterlo. Costoro sono stati una vera sopravvivenza dei servi medievali, umili, sottomessi, incoscienti, che adoperano la macchina agricola pi perfezionata e l'utensile pi moderno solo perch il padrone li ha posti loro in mano.
Il fanatismo religioso, le superstizioni, i pregiudizii insanguinarono per secoli e secoli le terre germaniche; laddove il contado siciliano vide colare ben poco di sangue fanatico. In egual modo per trovare eserciti di masnadieri bisogna cercarli nei drammi dello Schiller e nella storia tedesca, che per quasi un millennio  storia di brigantaggio rurale e urbano.
Nel fatto dell'egoismo e della malvagit il contadino kulturato non la cede al mugick russo. Come questo, durante la terribile guerra in cui la sua patria giocava tutta s stessa, egli nascondeva i viveri per farne turpe mercato. Nelle Provincie renane, all'avanzarsi degli eserciti dell'Intesa per paura incominci a cavarli fuori, facendone godere gl'invasori.
Non meno infame e calunniosa  la leggenda del "dolce far niente" e dell'apatia meridionale. Qui, dove sto scrivendo, "da due anni abbiamo avuto prigionieri del pi puro sangue teutonico, i quali sono rimasti sbalorditi della incredibile resistenza alla fatica del nostro contadino, che senza esagerazione non trova riscontro nel mondo intero. Il lavoro di questi prigionieri va da un minimo di otto ore nell'inverno a un massimo di dieci nell'estate, compreso il tempo, spesso non lieve, che occorre per recarsi sul posto e poi ritornare; cosicch il minimo effettivo del lavoro in media si riduce a sette ore e forse meno, o il massimo ad otto o nove ore. Ebbene, i lavoratori agricoli del ceppo di Arminio lo trovano "eccessivo, insopportabile, micidiale". Figuratevi dunque come restano trasecolati quando veggono i nostri agricoltori (che nella maggior parte lavorano per conto proprio), mietere coll'arcaico falcetto sedici ore nette il giorno, curvi sul suolo arroventato come un forno crematorio e spesso avvolti dalle vampate dello scirocco che li investe senza tregua; ovvero zappare almeno per dodici ore sotto una canicola africana, ignota oltre il Faro. Lo scirocco in questo caso non  fattore d'apatia e stimolo al "dolce far niente": ma indice di resistenza suprema e di adattamento eroico della stirpe. Le aquile germaniche in tale partita sono figure araldiche di pessimo gusto e sembrano cornacchie ladre e devastatrici al paragone dell'aquila autentica che adorna la bella bandiera rossa di Palermo, sventolata fra i turbini del Vespro.
Pochi lavoratori al mondo possono competere coi nostri contadini nelle fatiche delle miniere, delle cave, dei trafori. L, sotto terra essi appaiono come i giganti della favola antica; abbrutiti quanto volete, ma non per questo meno giganti. Non per nulla il mito dei Ciclopi nacque in Sicilia: gli eredi dei Ciclopi oggi sono i campagnuoli siciliani, in tutto e per tutto, anche nella bestialit. Vedendoli lavorare, mi tornano in mente i versi danteschi di Mario Rapisardi, il quale scriveva l'Ode al re quando i villici erano veramente "nati a viver come zebe":
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Dalle glebe sodate, dalle cupe
Cave, dalle capanne erme, all'incerto
Lume del d, come assetate lupe,
Prorompono all'aperto.
Fantasme irsute, scheletri viventi
Che dnno ad ogni crollo orridi crocchi,
Che in fiera guisa digrignano denti,
E lampeggian dagli occhi.
Uomini son di povert sol rei,
Che non seppero mai gioia e riposo;
Che consacrano i putridi imenei
Gi nel sentier fangoso;
Madri e spose, nel cui macero petto
Sanguinose follie spira la fame;
Fanciulli a cui sara morbido letto
D'un tuo destrier lo strame.
Desiderosi d'un'ora di vita
Una rossa bandiera a' venti eretta
Corrono a celebrar la presagita
Pasqua della vendetta;
Ed affilate a lunghi odj le falci
Calan cantando dall'aspre pendici
A dispiccar, quai grappoli da' tralci,
Le teste dei felici
...
.
...
Il fatalismo e l'apatia nella speculazione e nell'industria (non nel lavoro) sussistono,  vero in Sicilia, come sopravvivono l'aratro a chiodo e la trebbiatura cogli asini; ma se non abbiamo serbatoi per combattere la siccit, se molti comuni non hanno ancora visto arrivare ai loro piedi la strada rotabile e sono privi d'acqua e di fognatura, la colpa non  nostra, bens di chi ci ha sgovernati e dissanguati.
Disgraziatamente per siffatte cortesie, pi o meno larvate, non ci vengono solo dai tedeschi e dai francesi transalpini, ma anche dai gallo-provenzali e dai longobardi cisalpini. L'altro giorno stupivo nel leggere l'arringa di Orazio Raimondo contro il disonorevole Toscano di Messina. Ad ogni pi sospinto par di udire un homo germanicus che pontifica in tribunale e canta le laudi della sua superrazza. Egli  vero, si rivolge ai cittadini messinesi, ma non per ci  meno istruttivo.
Signori, esclama a un certo punto, l'ocherina sfiatata di san Remo, io sono ligure, e quindi un po' diffidente, un po' cocciuto".
E chi dice di no? Non son forse queste delle belle qualit che Guy de Maupassant accolla anche ai degeneratissimi villani di Normandia? Chi  contento gode. L'altra sera, per esempio, udii un cafone ubbriaco che si vantava di essere pi testardo dell'asino, ed io non potei fare a meno di applaudirlo.
"Signor Presidente, continua l'oratore, io sono ligure e i liguri sono parchi nell'elogio, il quale sempre  sincero".
Ecco, io ne dubito, e ne dubiter anche Napoleone Colaianni, che stava per essere accoppato in piena Camera dai deputati liguri quando per un errore d' impaginazione (?) scrisse un articolo su Il Secolo contro Crispi e la sua maggioranza servile, all'avanguardia della quale stavano i disonorevoli liguri, degni emuli del Toscano. Eravamo allora, non si dimentichi, nel pi folto della mischia impegnata da Felice Cavallotti contro il ladro e il corruttore siculo-albanese, nei cui escrementi si deliziavano a pi non posso i rigidissimi medagliati della Liguria.
"Al mio paese, ci fa sapere il lepido avvocato, i pescatori dividono gli utili della pesca in tante parti pi uno; quest'uno  il Santo protettore, Sant'Ampilio. Qui c'era Toscano, il santo Ampio dell'istituzione Portuaria".
La notizia per il folklore dei pescivendoli e dei rigattieri pu passare, e, s'io non mi sbaglio, qualche scrittore ligure l'ha tramandata alla posterit. Bisogna per aggiungere ad onor del vero che di santi Ampilii in Liguria se ne incontra uno ad ogni passo; senonch non si tratta di porzioncine uguali a quelle del ladruncolo di Messina. Le porzioni dei santi protettori liguri sono mastodontiche: domandatelo all'avv. Murialdi e a cento e cento altri.
"Io non so: Messina ha centocinquantamila anime, conchiude il patriottico calandrino o calandrone che sia,  una capitale: come ha potato tollerare questo turpe spettacolo per tanto tempo? Oh, ma ditelo che nessun altro che Toscano poteva agire in modo cos vile! ecc".
A quel che pare l'on. Raimondo  tanto facondo quant' smemorato; smemorato a tal sogno da non ricordare pi quel che successe a Genova pochi anni e pochi mesi or sono. Non ricorda la "Portuaria" del Murialdi, che sta alla "Portuaria" del Toscano come il porto di Genova sta alla cala di Cefal; ha dimenticato i contrabbandieri che per un anno o pi rifornirono l'Austria e la Germania, intascando centinaia di milioni; ha dimenticato gli eroi canapini e cascamini, e tante e tante altre marachelle, per cui mezza borghesia ligure dovrebbe essere fucilata alla schiena. E come mai, domando io, la superbia Genova con duecentocinquantamila anime, Genova citt capitalissima, non distratta da alcun terremoto, ha potuto tollerare questo turpe spettacolo, tanto scempio, tanta miseria, tanta bassezza?
Ahi genovesi uomini diversi
D'ogni costume, e pien d'ogni magagna,
Perch non siete voi del mondo spersi?
Neanche per i suoi concittadini il divino poeta trov un'invettiva cos atroce; n quelle contro Pistoia e Pisa valgono tanto, nella stessa guisa in cui Vanni Fucci e il conte Ugolino ci fanno inorridire meno di Branca d'Oria, degno omonimo dell'ex-direttore carcerario di Regina Coeli.
Ma queste son quisquilie forensi, buttate gi a casaccio, piuttosto per produrre effetto in tribunale.
Non scrisse per a caso Luigi Lucatelli allorch sul patriottico e democratico Secolo di Milano vers il suo truogolo d'immondo gazzettiere borghese o di falsario prezzolato in quella sconcia prosa che portava il titolo di Italia scellerata, la quale non  altro che la Sicilia.
"Laggi, scriveva la canaglia libica, ogni contadino ha il suo fucile, una doppiata, un moschetto, una carabina e lo porta come il bastone ovunque. La possibilit dell'omicidio  un pensiero consuetudinario che vive in fondo al cuore di tutti colle idee normali della vita ecc".
Peccato che i fatti non siano un'opinione, n la storia una cronaca longobarda o pedemontana! I fucili si vedono sulle spalle, ma le pistole e i coltelli in tasca non si possono scorgere; se in un dato momento per fosse possibile frugar tutti, se ne troverebbe di questi ultimi addosso ai milanesi e ai torinesi, per esempio, una quantit dieci volte maggiore almeno dei fucili che portano i contadini siciliani. Io son vissuto a lungo a Milano e a Torino e ho la certezza di non errare nel computo. Il contado siciliano ha la piaga dalla mafia rurale, che per altro diminuisce a vista d'occhio; ma non occorre conoscere la storia per sapere che l'identica mafia impervers lungamente nelle campagne longobarde: basta la semplice lettura dei Promessi Sposi. N i barabba torinesi, con Enrico Ballor alla testa, n la teppa milanese possono vantare quel certo spirito di cavalleria, che alla mafia rurale vieta ordinariamente d'assassinare e stuprare le donne, e d'accoltellare senza motivo un passante qualsiasi nel cuore stesso di Milano. Qui, nei luoghi dove son nato e vissuto, nel bel mezzo delle Madonie e in moltissime altre contrade della Sicilia una donna, popolana, borghese o nobile che sia, nel fiore della giovent e della bellezza e carica di gioielli pu sola, di giorno o di notte, girare per boschi e per monti senza incontrare un villico che le rivolga una parola sgarbata. Questo affermo con certezza assoluta e darei per sicurt la vita. Anni or sono misi una scommessa con una giovane e ricca signora armena, venuta quass a villeggiare, e la vinsi. Io pregai questa di partire di notte sola per recarsi in paese; e poich il punto di partenza era in mezzo ai boschi che si stendono a pi delle montagne, la signora, avvezza ai costumi cosacchi, turchi e milanesi, dapprima esit; ma finalmente si persuase e part. Nel mezzo del cammino, essendosi smarrita, chiese d'indicarle la via a un boscaiuolo, il quale premurosamente e rispettosamente l'accompagn fino all'abitato. La scommessa era stata improvvisa e perci nulla poteva esservi di predisposto. Darebbero i nordici la stessa sicurt per Milano, per Torino e per Genova? Certo  che il Mommsen "pot dichiarare di sentirsi pi sicuro in Sicilia, che nottetempo nel Thiergarten di Berlino".
Cesare Lombroso, parlando di Sante Caserio, scriveva verso il 1895:
"E qui, fra parentesi, bisogna poi aggiungere che chi vive negli agri longobardi malmenati dai contratti agrari, dove il contadino muore se non di fame di pellagra, dove il proletario  in peggior condizione degli schiavi romani, capisce benissimo come in un intelligente contadino possa avvenire questo scambio (l'atto del Caserio). Il servo antico almeno era mantenuto dal padrone, ma il servo lombardo non raggiunge nemmeno tanto. Non si ribella; almeno pochissimo finora: e ci si spiega per la sua troppa depressione, perch un certo grado di benessere ci vuole per reagire. E quindi da noi non  mai il contadino lombardo, che non ha pi sangue nelle vene, ma il romagnolo, che beve ancora qualche po' di vino e mangia carne".
Ebbene, fra i campagnuoli siciliani neppure nei tempi pi tristi si ebbe tanta miseria e tanta abiezione. Nella stessa Romagna i contadini mezzadri sono stati pi sfruttatori e pi reazionarii che mai, e solo in tempi recentissimi i braccianti hanno dato segni di vita. Ma in Sicilia i fremiti della ribellione, siano pure incomposti e incoscienti, hanno sempre in ogni et agitato l'anima dei contadini. Quando i nordici erano compressi e incretiniti dalla barbarie druidica, qui i villici tentavano con Ducezio la prima vera rivoluzione sociale della storia; pi tardi vi scoppiavano le rivolte servili e in et pi recente il brigantaggio spesso assunse forme eroiche di vera guerra sociale. Qui il contadino ha mangiato sempre pane o perci non conosce la pellagra dei bruti settentrionali. I suoi salari sono stati sempre superiori a quelli dell'Italia continentale, non escluso il periodo di maggiore sfruttamento e oppressione.
In uno dei cinquantadue processi imbastiti per gli scioperi agricoli dell'alta Lombardia trentanni or sono, venne fuori un curioso documento, una rozza poesia in dialetto milanese, dovuta a una giovane contadina;
Quaranta gbei d'inverno, cinquanta d'estaa
Se ghe dassen saria poc maa,
Pur se ghi dassen, sti pover paisan
Nanca farien una pell de pan.
O donn! o donn! andemm, andemm!
Andemm in piazza a far bordell!
Han pientaa in pee sta rivoluzion
Tutt in grazia di noster padron.
La rivoluzion si l'han pientaa
Per faa calaa i fitt de caa
E pu pendissi de pagaa.
Ma el padron el dis insci
Che i paisan ia de mori;
La de fa mori, la de fa crepa
Ma la rivolazion la se dev fa.
Tutta la mobiglia che gh' in Milan
L' tutta roba di poer paisan,
I poer paisan intanta in la aspetta
La lettera dell'America che la de riva
...
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...
Nella letteratura rurale siciliana non si troverebbe un lamento simile: Quaranta centesimi d'inverno, cinquanta d'estate, e sarebbe poco male se pur ce li dessero.
In quel tempo l'infimo oprante siciliano aveva una lira e trenta il giorno, un litro di vino, la minestra di maccheroni e spesso un po' di companatico. Oggi i salarii in queste parti vanno da un minimo di otto lire, oltre il vino e la minestra, a un massimo di lire quindici oltre il vino e il mangiare a volont per i mietitori gl'innestatori e altri opranti specializzati. Il bifolco, con un aratro a chiodo tirato da muli o da asini, arriva a guadagnare trenta lire il giorno. E notate bene, qui da noi quasi ogni oprante ha il seminato e varie coltivazioni per conto proprio, che lo rendono agiato. Qual' dunque la razza superiore? Qual' la sudicia?
Ma  inutile predicare ai beoti del campanile: allorch questo suona, si perdono l'udito, la vista e il ben dell'intelletto; si ripetono supinamente e per partito preso gli stessi luoghi comuni fino a giungere alla canagliesca divisione etnica del pagliaccio rosso longobardo in nordici e sudici, e fino ad escludere dalla storia d'Italia la storia della Sicilia. "Questo non lo affermo io, scrive Maurus del Giornale di Sicilia; l'hanno stampato in una relazione cinque pezzi grossi, a proposito di un concorso universitario, per respingere un candidato che aveva avuto il torto di scrivere delle monografie, per esempio, sulla rivoluzione siciliana del 1820 o sugli avvenimenti di Sicilia del 1837". Il prof. Pull infine e quell'idiota del Bellio relegarono i meridionali in genere e i siciliani in specie nell'ultimo gradino dell'arte. C' poi da meravigliarsi che nella capitale morale e altrove la parola meridional sia pronunciata in senso di scherno e di disprezzo dal sudiciume cisalpino? Sembra che costoro siano tutti cascati dai lombi e dagli uteri di Apollo, di Minerva, di Mercurio, d'Alboino o di Teodolinda; divino incrocio degli dei dell'Olimpo cogli eroi Nibelunghi.
Per essi i monumenti, la storia, i fatti non contano nulla. Non contano neppure Il giorno del Parini, le commedie del Goldoni e del Ferrari, le satire del Porta, in cui l'Olimpo si trasforma in circo bizantino, e i Nibelunghi diventano marchesi Colombi.
Dunque le rovine di Siracusa, di Taormina, d'Agrigento, di Selinunte, di Segesta, di Solunto, di Pesto, di Pompei sono bagattelle volgari di popoli primitivi! E che cosa ha da opporre la stessa Toscana a quelle rovine che sembra abbiano dato asilo a schiatte di genii e di titani? Se Firenze! domani dovesse, quod deus avertat, avere la sorte di Messina, i suoi avanzi, posti a fianco a quelli di Selinunte, farebbero ben misera figura. Non parliamo di Torino o di Milano: rassomiglierebbero a immensi baracconi distrutti.
V' nulla nel Piemonte e nella Liguria che possa fare degno riscontro ai capolavori dell'arte arabo-sicula? Torino nel passato per avere qualche cosa di bello dovette ricorrere a due artisti siciliani, al Iuvara e al Serpotta; e ognun sa che il Piemonte fino a Vittorio Alfieri e a Luigi Lagrangia non diede n un artista di genio, n uno scrittore di valore, n uno scienziato di fama: il popolo eletto era la vera Beozia d'Italia, anzi qualche cosa di peggio della Beozia, perch non pot mai vantare n un Pindaro n un Epaminonda e fu pi francese che italiano.
Potrebbe il settentrione contare una schiera di musicisti come il Bellini, gli Scarlatti, il Coppola, il Pacini, il Petrelia, il Cimarosa, il Mercadante, il Paisiello, i Piccinni, lo Zingarelli, il Porpora e tanti altri? Solo l'Italia centrale riuscirebbe a contrapporne una simile.
 vero che per qualche tempo il mezzogiorno nella letteratura, nella pittura e nella scultura rest inferiore alle regioni centrali, non certo alle pedemontane; ma oggi com'oggi non teme pi alcun confronto o non ammette alcuna superiorit. Nella letteratura dialettale e nella popolare poi la Sicilia tiene il primato assoluto. Giovanni Meli rimane e rimarr insuperato, e insuperato rester il nostro folklore. La stessa letteratura rurale, si lascia indietro di molto i belati rustici toscani e d'altri luoghi.
Se infine entriamo nel campo dei pensatori, vediamo subito l'immensa superiorit dei meridionali sui continentali dal cranio alpino, che poi in fondo non  se non fratello del vero cranio germanico brachicefalo. I precursori, i novatori, gli assertori, i filosofi sovrani son venuti dalle terre che videro nascere Archimede, Empedocle, Caronda e i pensatori della Magna Grecia. Il Pomponazzo, il Telesio, il Giannone, il Bruno, il Vanini, il Campanella, il Vico, il Borelli, il Filangieri, il Genovesi, il Russo, il Caracciolo, il Pagano, il Cirillo, Tommaso Natale che precorse Cesare Beccaria, Nicola Spedalieri nonostante le sue contraddizioni, Francesco Ferrara, Michele ed Emerico Amari, il gigantesco stuolo dei giuristi napoletani, gli agitatori dell'idea sociale con Mario Rapisardi alla testa e Michele Angiolillo in schiera, formano una tale aureola da oscurare quella stessa che incoron l'Eliade, la quale non vide i roghi luminosi di Giordano Bruno e di Giulio Cesare Vanini, n ud il canto profetico di Mario Rapisardi e di Eliodoro Lombardi.
La sola Sicilia, con poche migliaia di chilometri quadrati di suolo, ha una storia di lavoro cos intenso e di civilt cos millenaria che gli annali di tutti i ducati di Milano e di tutte le contee di Savoia sembrano al paragone cronachette di popoli nuovi. Dai primitivi Pelasgi ai Siculi latini, dai Fenici ai Sicelioti greci, dai Saraceni ai Normanni, dagli Svevi agli Aragonesi essa nutr molte genti fra le pi attive, potenti e gloriose del mondo.
Ma che cosa andate a parlare di storia a mascalzoni borghesi che la storia manipolano come segue:
"L'epoca pi florida della Lombardia e pi fortunata per le sue armi si svolse nel sedicesimo secolo, allorch il Ducato di Milano aveva esteso i suoi Stati molto al di l degli attuali confini. I Lombardi o Longobardi (dalle lunghe aste) discesero dalla Germania e posero le tende sulle verdeggianti praterie, che furono poi occupate da altre genti di razza Celtica, le quali fondarono Mediolanum, parola corrotta poi in quella di Milano. Nel 220 avanti Cristo i Romani conquistarono il paese insino al Po e dopo un secolo gl'imposero il nome di Gallia Cisalpina. Nel quarto secolo dopo Cristo vari imperatori Tedeschi ebbero sede in Milano. In seguito i Goti occuparono il territorio Lombardo, vi stettero due secoli ed innalzarono Pavia a Capitale, finch Carlomagno nel 774 li sottomise".
Sembra uno scherzo storico compilato dal Ferravilla sulla falsariga della Bibliografia per ridere di Lorenzo Stecchetti. Vi si confonde la signoria di Giovan Galeazzo Visconti colla decadenza della dominazione spagnuola, l'impero romano coll'impero germanico, il regno goto col longobardo. Vi si fanno venire i Celti dopo i Longobardi; i quali, non avendo trovato n Milano n altro luogo abitato, si attendarono nelle praterie. Pavia vi si fa sede del regno goto, durato due secoli, e Carlomagno vi si pone in guerra con Totila e Teia. Insomma cose turche se non fossero meneghine, e che farebbero scorrere un fiume di vilipendio pi largo del Po se fossero scritte a Napoli o in Sicilia.
Eppure lo credereste? Siffatto capolavoro di storia, di geografia e di lingua si legge nella prima edizione della Guida dell'Alta Italia, a pagina 120, pubblicata dalla celebratissima casa editrice dei fratelli Treves, onore e gloria di Milano. Quella stessa casa per oltre mezzo secolo non si stanc mai dal cantare la Germania, i suoi imperatori, i suoi eroi e la sua kultur, tantoch ci regal tradotte le opere del maresciallo Moltke e quattro splendidi numeri unici in occasione di viaggi di re italiani a Berlino e d'imperatori tedeschi a Roma, cominciando da 1873. Ma scoppiata la guerra, d'un tratto vir di bordo e con una valanga di patriottici volumi gett nella sentina Guglielmone, i Nibelunghi e il kulturato impero.
Et voil comme on fait l'histoire, il patriottismo e la superiorit di razza!
Scusino i lettori se mi sono dilungato di soverchio su questo tema incresciosissimo, ormai trito e ritrito; essendoch in quest'ora in cui stanno per decidersi i destini del mondo, non nel congresso dei lupi a Parigi, bens nei campi e nelle officine,  nostro dovere innanzi tutto spazzare le pesti che si annidano sotto la bandiera e il campanile; i quali, dopo avere coperto di sangue e di rovine la terra, minacciano, molto pi dei bacati e dissanguati eserciti borghesi, di soffocare la rivoluzione sociale.
Ed ora un avvertimento ai contadini siciliani. Dopo l'armistizio ho sentito parecchi di loro venuti in licenza imprecare minacciosi contro Torino, Milano, Genova. Ne ho chiesto la ragione e mi hanno risposto concordemente: "Durante la guerra lass sono stati rimpiattati nelle officine o imboscati un po' dappertutto, e adesso cominciano a far cagnare inutili per lasciarci ancor penare in caserma. Ma stiano attenti!..... Contro quei mangiapolenta hanno mandato alcuni reggimento siciliani! Se ci verranno sotto, li conceremo meglio che nel 1898: troveranno bombe a mano e mitraglia a volont." - "E chi vi ha contato tante frottole?" - ho domandato io. "Altro che frottole" hanno replicato i villici in divisa. I nostri ufficiali ci hanno assicurato che a Milano, Torino e altrove si commettono disordini senza costrutto e che perci noi saremo costretti a restare in servizio chi sa fino a quando." - "Sentite, giovanotti, ho conchiuso io, mi pare quasi impossibile che un ufficiale sia tanto cretino e malvagio da spacciare fandonie cos viscide e velenose; ma se fosse vero, rispondetegli con una tempesta di ceffoni, ch nessuno oser condannarvi. E voi ricordatevi "che i pretoriani romani e gli sciortieri omeiadi, i monteros spagnuoli, i mammalucchi, i giannizzieri, gli strelizzi e i cosacchi han fatto sempre trista fine; han finito cio coll'essere tutti scannati come cani, e non ci mancherebbe altro che voi, o i sardi, o i calabresi pigliaste oggi il loro posto accanto ai carabinieri reali, ultimo avanzo pretoriano. Il motto: divide et impera, riusc pel passato a governare lungamente il mondo e a tenere in piedi i mosaici delle tirannidi; ma oggigiorno esso non giova pi a nulla. L'impero dei Kurdi  ridotto a brandelli, la Russia di Pietro il grande  caduta in frantumi come il colosso dai piedi d'argilla, il covo dei tirolesi  invaso, i panduri di Croazia hanno messo su bottega per conto proprio, i granatieri pomeranii e la guardia di Brandeburbo ripassano il Reno coi rosolacci socialdemocratici al petto. Presto verr la volta dei Sikhs e dei Gurchas, degli zuavi e degli spahis, n a voi, per carit venga l'uzzolo di prenderne il posto, se non volete essere eternati in una nuova Secchia Rapita. La piaga del campanilismo, bisogna confessarlo a vostra lode, finoggi ha avuto ben poca presa nel contado siciliano; lasciate dunque che altrove affoghi nel proprio fango e nel proprio sangue
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CAPITOLO 6. I rimedii
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Gli sfruttatori e i forcaiuoli non vadano in visibilio, n si freghino soddisfatti le mani per tutto quello che ho detto sui contadini: non si tratta d'una palinodia e molto meno d'un atto di contrizione. Noi anarchici siamo ben lontani dal desiderare, come la borghesia, che i contadini abbiano una sola testa per troncarla d'un colpo. Tutt'al pi il desiderio di Caligola andrebbe magnificamente bene per le classi dominanti, cagione di tanti guai e di tante miserie. Noi, deterministi e ribelli impenitenti, innanzitutto ricerchiamo i mali per indicarne i rimedii.
Il contadino  il prodotto dell'ambiente in cui  vissuto; la vittima dell'ignoranza, dello sfruttamento e dell'oppressione millenarii a cui  stato condannato; n per arrivare a tale conclusione occorre leggere scritti anarchici o socialisti. Gli uomini di cappa e spada, i letterati borghesi, gli scienziati della cattedra, gli storici ad usum Delphini, i politicanti dell'ordine, da Pasquale Villari a Sidney Sonnino, da Leopoldo Franchetti a Pasquale Turiello, da Raffaele Novelli a Nicola Misasi, da Leone Carpi a Raffaele Gigante, per non citare che i soli italiani, lo hanno provato con tanti volumi che formerebbero una piramide pi alta della torre Eiffel. Eccettuati dunque le canaglie gaudenti acefale e gli aiutanti del boia, tutti press'a poco sono d'accordo nell'accertamento dei mali e della loro origine; in quanto ai rimedii per la concordia fluisce e un abisso separa l'uno dall'altro. I borghesacci idioti, per esempio, riuniti a concistoro dopo la sommossa dei Fasci nel 1894, chiesero l'abolizione delle scuole pel villano, come panacea sovrana contro la peste socialista. Ma il busillis sta appunto nei rimedii, altrimenti dovremmo conchiudere come conchiuse argutamente un anarchico in altra occasione: "Anche la vipera  irresponsabile, perch non ha colpa del veleno che la natura le ha regalato; senonch io, vedendomela saltare addosso, le schiaccio la testa, rilasciandole poi un certificato d'irresponsabilit".
Io invece conobbi un frate che addomesticava le vipere, dopo avere ad esse cavato i denti velenosi, s da ridurle pi innocue e graziose dei latifondisti del palazzo Aragona. I denti rinascevano, ma lo strano frate era l, vigile e spietato, a strapparli. I dominatori al contrario non hanno pensato mai a liberare il villico del suo tossico, educandolo e nutrendolo, per paura d'essere poi sopravvanzati; e altra cura non hanno avuto che di sfruttarlo e calpestarlo, pronti del resto ad acciaccargli il capo, tostoch egli avesse accennato a mordere, senza neppure rilasciargli il certificato d'irresponsabilit. Ora quei tempi son trascorsi per sempre: nessun padrone sognerebbe pi d'acciaccare la testa al villano e di ritornare beatamente agl'iloti e ai servi; d'altro canto per nessun demagogo ha sognato di coltivarlo e nobilitarlo sul serio. I banditori di idee nuove, tranne rare eccezioni, o lo hanno trascurato o lo hanno pervertito maggiormente a scopo elettorale o di proselitismo con adulazioni sperticate, lusinghe volgari, promesse mirifiche, alimentando e sfruttando i suoi cattivi istinti. "Oh, questi rappresentanti proletari! - esclamerebbe Orazio Raimondo, anche lui della specie - Catene d'oro, ciondoli d'oro, anelli d'oro, tutto d'oro!" E l'anima di fango.
I capoccia della borghesia, gli sfruttatori di pessima lega da parte loro cambiano tono o per tornaconto o per paura del turbine che s'avanza minaccioso, e perci si profondono in inchini codardi e in allettamenti menzogneri, covando sempre nel cuore odio implacabile e truci propositi. Sono essi i veri cani idrofobi da spazzar via, perch ineducabili e incurabili. Che rimedii possono attendersi da costoro?
L'anno scorso il ministro Miliani, tanto fortunato fabbricante di carta quanto disgraziatissimo ministro d'agricultura, andava predicando alle associazioni agricole della Sicilia: "Voi siete onnipotenti, voi siete i veri padroni e quando volete potete imporvi a tutti". Per modo di dire, s'intende, e con le mitragliatrici governative sempre pronte a far fuoco, qualora i contadini si persuadessero a mandare ad effetto i suggerimenti del ministro cartolaio.
I cerretani d'ogni colore ora si son messi a girare in automobile coll'aria di conquistatori e di liberatori, compresi i pi vili e ignobili imboscati, chi in cerca di voti, chi alla conquista di prebende. Si presentano al contadino colla faccia di Gerione, lo abbracciano, lo baciano e gli regalano, a parole, milioni e milioni di ettari di terreno. L'altro giorno vidi pure in giro il funestissimo Salvatore Accardi con tutta la sua cattedra disonorante d'agricultura. Ora ch' finito il divertimento delle esonerazioni, quel maiale col cranio a foggia di letamaio, porta in mostra il suo decotto georgico, manipolato al Congresso agrario - latifondita di Palermo in compagnia di don Sturzo e del barone Genuardi. Egli va annunziando l'avvento messianico della zappa, sotto la sua bufalesca direzione, e grida: "Esultate, o contadini! Avrete terra a volont con tutto il ben di Dio che porta seco!" Son parole testuali.
Ogni giorno ne arriva uno di questi automobili, e tutti viaggiano a spese dello Stato, anche i saltimbanchi, con Giuseppe De Felice in prima linea, che gi pregustano le gioie del paese della cuccagna, in cui loro la faranno da regi commissarii ripartitori.
Adagio, o signori, non vi rompete il collo! Ognuno pu scusare il paradosso di Henry George uomo di cuore e di rettissime intenzioni, ma non i vostri sudici intrugli conditi d'impostura e di cretinismo. Henry George, come rimedio a tutti i mali sociali, sosteneva la nazionalizzazione del suolo, lasciando intatto il rimanente: i re delle banche, delle strade ferrate, del petrolio, dell'acciaio, del carbone, dei salumi e dei salami; i castelli dei miliardarii e le fortezze degl'impennacchiati; lo stato con tutto il suo armamentario e il capitale con tutte le sue galere, di un'assurdit scientifica e sociale, che nessuno ha preso sul serio; ma non c' alcuno che gli neghi la buona fede, la retta intenzione e la profonda cultura, che non si riscontrano affatto nei vostri atroci lattovari. I vostri pasticci, dalla balorda tiritera di Salvatore Accardi al progetto Granone, dal disegno di logge annunziato dall'on. Orlando alla predicazione socialista deformata, non giungono neppur lontanamente alla nazionalizzazione del suolo di Henry George; poich si tratta in fondo in fondo di trappole tendenti a strappare la terra ad una classe per aggiudicarla a un'altra, o per meglio dire, a quella cricca villana che si dimostrer pi furba, pi borgheseggiante, pi reggimentata. Peggio di peggio poi se i provvedimenti si restringeranno solo a questa o a quella specie di propriet rurale, a questa o quella regione soltanto. Un tale insipiente armeggio nasce da una serie di presupposti sbagliati.
"Col decreto del 2 agosto 1806, scrive Saverio Merlino, i dritti di giurisdizione dei baroni nel reame di Napoli furono aboliti.... La parte dei beni assegnata ai comuni doveva essere di nuovo suddivisa fra i cittadini poveri in compenso dei dritti (usi civili) che questi possedevano gi su tutta l'estensione dei demanii d'ogni specie..... Ma i baroni, per servirmi dell'espressione del poeta, scacciati da una parte rientravano da tutti i lati".
Quel che  avvenuto da quel decreto in poi supera ogni immaginazione umana: usurpazioni, truffe, svaligiamenti, furti d'ogni specie.  stata insomma la vera cuccagna della borghesia, e chi volesse conoscerne per esteso la storia legga i Nuovi provvedimenti per affrettare la divisione dei demanii comunali di Raffaele Gigante e L'Italie telle qu'elle est del Merlino.
Dopo la rivoluzione del 1860 a pi riprese si  creduto sanare molte piaghe, chiudere un'infinit di bocche, evitare i grattacapi rustici e sedare i tumulti villani con ripartizioni saltuarie, occasionali, partigiane, truffaldine di ci che ancora  rimasto dei demanii pubblici, senza mai conchiuder nulla, anzi inasprendo maggiormente il male. Un prefetto di Campobasso, per esempio, scriveva:
"Io non oso affermare n negare in generale che il modo di ripartizione usato nelle provincie meridionali dal 1860 in qua abbia corrisposto alle intenzioni del legislatore;  certo per che in un gran numero di luoghi  fallito del tutto allo scopo. Le terre coltivate per qualche anno furono abbandonate e ritornarono incolte come per l'innanzi, ovvero dopo un certo tempo finirono col riunirsi nelle mani d'un sol proprietario".
Un prefetto di Potenza si lagnava che nella sua provincia "non si era potuto o saputo apprezzare il beneficio della ripartizione. Ogni momento si osserva lo spettacolo di possessioni private messe su coll'agglomerazione di molte particelle, che gli assegnatarii vendevano con contratti veri o simulati tostoch le ricevevano".
Un prefetto di Cosenza notava: "di tutte le suddivisioni compiute dopo il 1860, non rimangono oggi che piccoli vestigi, e il rimedio d'una legge non servirebbe che a ricominciare la tela di Penelope per vederla disfatta di nuovo".
Un prefetto di Catanzaro rincarava le case: "I terreni demaniali, ripartiti a Gerogarice nel 1869, per un'estensione di circa 200 ettari, in meno di due anni sono passati nelle mani di diciassette proprietarii".
Cos o per miseria, o per potere emigrare in America, o per avidit di guadagno a cagione dell'aumento del prezzo delle terre, o per altro simile motivo, le quote dei beni demaniali ripartiti fra i contadini sono state vendute, eludendo la legge cogli infiniti ripieghi che la legge stessa offre. In qualche caso la terra non rest nemmeno ventiquattr'ore in possesso dei contadini, i quali arrivarono a venderla o impegnarla prima d'averla aggiudicata. Oggi si vuol tornare da capo o con ripartizioni di terre pi o meno larvate, o colla ricostituzione di demanii pubblici per via d'espropriazione forzata e pagata, ad uso e consumo delle leghe e degli affitti collettivi, che diventerebbero vere botteghe di cerretani salumai, intenti ad affettar prosciutti elettorali e mortadelle camarillesche.
Gli altri presupposti: che i contadini han fatto la guerra; che i contadini sono i pi trascurati e diseredati; che i contadini patiscono di pi ecc., non hanno maggior fondamento.
La guerra non l'hanno fatta i soli contadini, che anzi l'accolsero ostilmente, e che, se fosse stato possibile, avrebbero buttato via il fucile fin dal primo istante. Il contadino per natura e per tornaconto  avverso alla guerra, ci che per altro non  sempre una cattiva qualit. Leone Tolstoi l'intu tanto bene che scelse come campo della sua propaganda il contado e ne ritrasse l'indole punto bellicosa in una sua classica novella. Le perdite dei villici, proporzionatamente al numero, non furono superiori a quelle degli altri proletarii, e i suoi patimenti durante la guerra sono stati ben poca cosa in paragone della distretta che ha imperversato terribile sul povero proletariato urbano. Al contadino non sono mancati i combustibili n le sostanze alimentari; laddove il lavoratore cittadino ha sentito gravare su lui inesorabile e crudele la lotta per l'esistenza, nonostante l'aumento dei salarii. La miseria rurale, nel passato veramente spaventosa, oggi  come l'araba Fenice: che ci sia ognun lo dice, dove sia nessun lo sa; e lo posso senza tema di smentita assicurare io che vivo fra i contadini, lavorando da contadino. Pochi di costoro sono ancor poveri, molti sono agiati, quasi nessuno  pi miserabile.
Il Tolstoi da par suo noll' altra novella: Di che vivono gli uomini, fa notare la differenza che corre tra la condizione del villico e quella dell'operaio, e nello stesso tempo la superiorit morale del secondo sul primo. Il ciabattino, di fronte all'egoismo e alla malizia dei contadini, cos ragiona:
La vostra miseria e la mia fanno a pugni. Voi possedete una casa, un pezzo di terra, ed io non posseggo altro che un po' di fiato. Voi mangiate il pane che vi fabbricate col grano che cresce nei vostri campi: io compero il mio. E nasca quel che pu nascere mi ci vogliono tre rubli di pane ogni settimana. Quando ritorno a casa ecco il pane  bell'e mangiato. Un altro rublo da spendere! Pagatemi dunque quello che mi dovete!
Perch allora non chiederete gli stessi provvedimenti, per gli operai e pel proletariato intellettuale? Che illusione  la vostra, o messeri, di volere risolvere la questione sociale con gl'infusi di malva villana! Per questa via non arriverete tutt'al pi che a creare una nuova borghesia rusticana, la quale col tempo s'inurber a Palermo, a Napoli, a Roma, a Firenze, a Milano per farvi la figura de Bourgeois gentilhomme del Molire. E ammettiamo, sia anche per pura ipotesi, che codesta borghesia, odorante d'aglio e di cipolla, giungesse a diventare classe dominante: il suo dominio segnerebbe il crollo immediato della civilt e la scalata dei pidocchi e delle piattole al potere. La nobilt e la vecchia borghesia per millenaria dominazione sono assuefatte al comando e alle ricchezze, e quindi somigliano al grasso maiale che si culla deliziosamente nel brago in attesa del suo destino. Il proletariato urbano possiede l'adattamento alla civilt ed ha acquistato la disposizione allo studio, al sapere, all'arte e la tendenza alle idee nuove; ma gl'iloti non hanno altro adattamento che al letamaio e non conoscono altra tendenza che non sia alle carote e ai funghi, e perci irromperebbero come lupi famelici sui viandanti o come avvoltoi in cerca di carogne.
Senonch questo non succeder mai, perch  contro i fati e i fatti. I rurali non hanno preparato n compiuto alcuna rivoluzione, neppure dove formano i nove decimi della popolazione come in Russia, in cui la rivoluzione, prima costituzionale, poi socialdemocratica e infine bolscevika, fu unicamente opera delle popolazioni urbane. I mugicky non si mossero che a cosa fatta e per gettarsi simili a corvi sulla terra, che pass da un padrone all'altro, almeno per il momento. La storia non registra che semplici sommosse e rivolte di contadini; i quali, abbandonati a s stessi, han finito sempre coll'essere stati macellati, sebbene dieci volte superiori per numero ai loro carnefici. I Comuni si redensero parecchi secoli prima del contado rimasto servo, perch  legge storica e sociologica che le popolazioni urbane precedano i villici nella conquista della libert e della civilt, che spesso conservano anche sotto il dominio d'un invasore. Cos avvenne in Italia dopo le irruzioni dei barbari, cos nel Peloponneso dopo la calata dei Dori, che in numero sparuto sotto il nome di Spartani tennero per mille anni schiavi centinaia di migliaia d'Iloti, ma lasciarono liberi i cittadini Perieci. La ragione si trova nel fatto che mentre il progresso per le altre classi sociali si svolge in proporzione geometrica, pel contadino si effettua in proporzione aritmetica; dimodoch esso nel turbine della civilt che avanza  rimasto pressoch fossilizzato, vero avanzo preistorico del pensiero e dell'anima.
In tale stato di cose non ci mancherebbe altro che ri- correre agli eroici trovati dei bolsceviki: s'imbotterebbe addirittura sopra la feccia. Mesi or sono la bolscevika Comune del Nord di Pietrogrado, in gran formato, con carta di pessima qualit e con veste tipografica orribile, avvertiva che gli articoli scritti con giusta ortografia non sarebbero stati tenuti in conto, non essendovi che i borghesi che scrivono correttamente. Chi butt gi quell'avviso non poteva essere che un massimalista dell'imbecillit umana, un mugick e condottiero di mugicky, perch fuori della Russia vi  gente non borghese che sa scriver bene e pensar meglio, la quale non intende compiere la rivoluzione sociale per emulare i calmucchi e i tatari nell'analfabetismo. L'avvertimento della Comune del Nord mi richiama in mente una meravigliosa scena dell'Enrico VI di Guglielmo Shakespeare, di cui trascrivo qualche tratto
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Smith. Lo scrivano di Chatham: egli sa scrivere, leggere e fare i conti.
Cade. Oh mostruoso!
Smith. Fu preso mentre faceva libri per fanciulli.
Cade. Vile scellerato!
Smith. Ha un volume in saccoccia con lettere rosse.
Cade. Dunque  un mago.
Dick. Sa fare obbligazioni e scrivere abbreviato.
Cade. Me ne dolgo per lui.  un uomo di bella persona sull'onor mio; e se non lo trovo colpevole non morir - Avvicinati, uomo; bisogna ch'io ti esamini. Qual' il tuo nome?
Scriv. Emanuele.
Dick. Il nome che i nobili sogliono scrivere in testa alle loro lettere. - Andr male per te.
Cade. Lasciate ch'io solo gli parli. - Hai tu l'uso di scrivere il tuo nome? O hai un suggello per farti conoscere come gli uomini onesti?
Scriv. Signore, ringrazio Dio d'essere stato tanto bene educato da sapere scrivere il mio nome.
Il popolo. Ha confessato; via di qui;  un traditore;  uno scellerato.
Cade. Conducetelo altrove e sia appeso colla sua penna e il suo calamaio al collo...
E voi che amate il popolo venite meco. Ecco il momento di mostrare che siete uomini:  per la libert che combattiamo; non lasciam vivo un solo di coloro. Inibisco la clemenza; e vuo' che non si salvi la vita altro che a quelli che portano cinti di pelli di bestie e scarpe di vacchetta; perch son poveri e onesti cittadini che si accordano con noi e si porrebbero dalla nostra parte se ne avessero il coraggio
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I compilatori della Comune del Nord sembrano la seconda edizione riveduta e corretta di Jack Cade e dei suoi assistenti. Come si riproduce la storia! Ma questa roba non ha nulla a vedere colla rivoluzione sociale, che non pu, non deve consistere nell'abolizione della grammatica e del sapone, nella distruzione della Divina Commedia e del Partenone, nell'incendio delle Universit e dei palazzi, nel saccheggio dei granili e dei mercati, nel trionfo del cinto di pelle caprina e delle cioce di vacchetta. La lotta di classe non  stata mai compresa nella dottrina anarchica; figuriamoci poi la lotta dei pidocchi infarinati e degli sciacalli ciociari. La vera rivoluzione sociale dovr essere opera di tutto il proletariato per la redenzione dell'intero genere umano. Non i palazzi, non i magazzini, non le opere d'arte bisogna dare alle fiamme; ma i tugurii, le caserme, le galere. Non si devono abolire il calamaio, la penna, la grammatica, la scienza; ma i codici, il privileggio, l'ignoranza definita del tragico inglese "maledizione di Dio", e da un altro scrittore "notte dello spirito, una notte senza luna e senza stelle". Tutto dovr diventare patrimonio comune: dalla terra all'officina, dall'industria all'arte, dalla libert al sapere, la rivoluzione sociale arriver sull'ala onnipossente della scienza, che al dire dello Shakespeare, " l'ala che ci porta in cielo". Essa impugner l'arma irresistibile della libert per annientare d'un colpo tutte le miserie, le vergogne, le infamie del passato; essa illuminer egualmente il lavoratore dei campi e l'operaio della citt, il dominatore delle onde e il diseredato dell'opra intellettuale
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CAPITOLO 7. L'Idea
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Il Guerrazzi scrisse: " cosa ordinaria che il popolo partecipi assai le qualit del carbone: massa incomoda e sordida se spento; luminosa a ardente se acceso". Non basta per che sia acceso, occorre anche che si accenda a tempo e a luogo. Se brucia in un posto poco adatto, potr risolversi in cenere sterile, potr provocare un incendio distruttore; ma non riuscir a muovere la locomotiva della civilt e della libert. Il fochista che lo solleva, lo regola e lo accende  l'idea.
Essa si presenta alla mente del novatore e del ribelle cos come appar all'appassionata fantasia del trovator cavaliere l'immagine della dama lontana
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Amore di idea lontana
Per voi tutto il cuore mi duol.
O come cant un altro trovatore:
Mon cor e mi e mas bonas cansos
E tot can sai d'avinen dir ni far
Conosc qu'eu tenc, bona domna, de vos
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L'idea  uguale al miraggio dietro a cui corre il viandante assetato nel deserto, che insegue la visione fino a cadere esausto sulla sabbia senza potere raggiungere la realt che si nasconde dietro di quella: l'oasi bramata. Essa accompagna il martire sul Calvario e sul patibolo, ne deterge il sudore e le lacrime, ne raccoglie il sangue e ne suggella gli ultimi accenti. In seno all'idea egli abbandona il capo morente e rende l'ultimo anelito:
Si che dove Maria rimase in giuso,
Ella con Cristo salse in sulla croce.
L'idea illumina il pensiero, vivifica l'azione, purifica la forza, nobilita le passioni. L'arma mossa dalla brutalit produce un volgare assassino; la stessa arma guidata dall'idea crea un eroe immortale che si chiama Armodio, o Cassio Cherea, o Agesilao Milano, o Sofia Perowskaia, o Michele Angiolillo. Il disertore che fugge per vilt, cade tutt'al pi senza infamia e senza lode; il disertore che abbandona la bandiera odiata per rifugiarsi in grembo alla sua idea, diventa agitatore di folle, condottiero di popoli o martire simbolico d'una gente con Santorre di Santarosa, Giuseppe Garibaldi, i fratelli Bandiera, Carlo Pisacane, Michele Bakunin, Guglielmo Oberdank. Il ladro che ruba per bisogno  una vittima, il ladro che ruba per impinguarsi  un delinquente borghese, Vittorio Pini che svaligia la cassaforte dorata per la propaganda della sua idea e muore in galera  un ribelle vendicatore. John Brown glorifica la forca, Giordano Bruno rende sublime il rogo, il gladiatore crocifisso sulla via Appia nobilita la croce e annunzia Cristo.
La molla suprema della scienza, dell'arte, della civilt, della libert  stata e sar sempre l'idea. Michelangelo domandato che cosa ne pensasse d'un pittore, rispose: "Io credo che quest'uomo non diverr mai nulla, finch sar cos avido d'arricchire". Angelo Mosso scrive: "I greci raggiunsero tale perfezione anche nelle cose umili, e quasi industriali, che davanti ad una collezione di monete della Sicilia si resta affascinati come da una visione di bellezza... Noi siamo brutti assai! Il denaro che domina e tiranneggia  divenuto volgare nei suoi con ". N poteva avvenire diversamente, perch il greco perfino nel coniar le monete era animato da un'idealit religiosa, estetica in tutte le sue manifestazioni.
La morte per la comune degli uomini ha un non so che di angoscioso e di pauroso, che la fa paventare; per certe anime doloranti, per i vinti della vita essa  il sollievo bramato, che pone fine a ogni male; per le anime elette  il Nirvana in cui s'acqueta ogni desio. Michele Cervantes, genio incompreso e sventurato, esprime da sommo poeta questo concetto in quattro versi che valgono un poema:
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Ven, muerte, tan escondida,
che no te sienta venir,
porque el piacer de morir
no me torne a dar la vida
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L'infelice Leopardi al cospetto della morte canta:
T'acqueta omai. Dispera
L'ultima volta. Al gener nostro il fato
Non don che il morire. Ormai disprezza
Te, la natura, il brutto
Poter che ascoso a comun danno impera,
E l'infinita vanit del tutto
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Nicola Lenau, ancor pi infelice, mentre il suo cervello si dissolve nella pazzia, delirando le grida:
Se d verr che il core impudridisca,
E il caldo foco della poesia,
E dell'amor la fiamma impallidisca,
O morte, il corpo mio, portalo, via!
T'affretta, ors, portalo via, spedita,
E i tuoi bardi sprigiona in quel momento;
Non ingombrare il campo della vita
Colla cenere sol del sentimento!
Ios Espronceda trova un accento disperato e beffardo nello stesso tempo:
Que haya un cadver mas, qu importa al mundo!
Le ultime parole dei grandi uomini contengono qualche cosa di affannoso, o di amaro, o di sarcastico. Vespasiano esclamava: "Ahi, che divento un Dio!" Suo figlio Tito si doleva di non meritare gli venisse tolta, la vita. Un borbonico megalomane annunziava: "Signori,  finita la commedia!" Napoleone in agonia sentiva il turbine della battaglia e comandava: "Testa di colonna!". Il Goethe invocava la luce che fuggiva al suo occhio morente: "Licht! mehr Licht!" Invece al novatore, al martire, in cui l'idea ha pervaso ogni fibra ed  diventata carne della propria carne e sangue del proprio sangue, la morte si presenta raggiante e gloriosa, quasich fosse il coronamento dell'opera ideale per la quale egli cade. L'ultimo suo accento  un grido di vittoria, un'invocazione gaudiosa, un'esclamazione trionfale: Socrate, Santa Perpetua, Giordano Bruno, Francesco Babeuf, Eleonora Pimentel, Domenico Cirillo, Tito Speri, Antonio Sciesa, Michele Angiolillo, Francisco Ferrer muoiono tutti allo stesso modo e spesso si avviano al patibolo cantando:
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Il palco  a noi trionfo
Ove ascendiam ridenti,
Ma il sangue dei valenti 
Perduto non sar
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A nessuno meglio che a loro si pu addire il detto del Li-Ki cinese: "Tatti i viventi muoiono; morti tornano alla terra. La carne e le ossa, seppellite gi, nascoste nell'ombra vanno a formare la terra dei campi. L'Etere di quella carne e di quelle ossa s'inalza e s'espande nell'alto e va facendosi luce". Questa non  poesia, no;  storia di ieri, storia d'oggi, storia di tutti i tempi e di tutti i luoghi. Non il piatto di lenticchie, spinse il Buddha al Nirvna, i Gracchi sui rostri, il Vanini nel rogo e Sofia Perowskaia alle forche; non il desio della cuccagna guid al sacrificio i martiri di Belfiore, di Chicago e di Tokio; non la visione di regie predende gett Francesco Caracciolo, Mario Pagano, Ciro Menotti Guglielmo Oberdank e Cesare Battisti nelle mani del boia; non il luccichio dell'oro trascin Carlo Pisacane, Carlo Cafiero, Michele Bakunin, Pietro Kropotkin, Carlo Liebknecht e Rosa Luxemburg nell'abisso dei vinti. La sedicente scienza della cattedra e degli speculatori nega il contenuto ideale d'ogni grande azione umana; "ma come fare? - domanda Georges Platon - Ogni momento avviene questo fatto strano: l'attrattiva naturale del piacere cede alla preferenza volontaria per la sofferenza; le barriere dell'egoismo sono rovesciate; nella trama serrata dei fenomeni un fatto nuovo, il primo di una serie, una forza insospettata reclama il suo posto e vi si inserisce".
I popoli non animati da grandi idee, possono fondare un impero assiro o cartaginese, unno o vandalo, mongolo o turco; ma non lasceranno dietro a loro che piramidi di teschi umani e cumuli di rovine. Invece i popoli illuminati dall'idealit, per quanto piccoli essi siano, legano al genere umano il patrimonio radioso delle loro opere, in cui vivranno anche dopo la totale scomparsa della loro stirpe. Il Carlyle scrisse che i popoli parlano al mondo per bocca dei loro eroi; e noi possiamo aggiungere che gli eroi parlano alle loro genti sotto il fascino delle idee. La Germania, checch avvenga di lei, far sentire in eterno la sua voce per bocca del Keplero, del Kant, del Goethe, dello Schiller, del Beethoven, dell'Heine, del Krner, e non mai col vocabolario brigantesco dei suoi innumerevoli Hindenburg e Ludendorff. Quel che avviene dei popoli avviene anche delle classi sociali. Centinaia di migliaia d'iloti non hanno legato altro all'Eliade che il ricordo della loro vilt e della loro miseria; mentre un pugno di privilegiati spartani ancora ci lasciano compresi d'ammirazione e di stupore.
"Ai popoli non si maledice, s'insegna", lasci scritto Giuseppe Mazzini; e s'insegna innanzi tutto l'idea, per non essere costretti a maledire poi. Ma che cosa andate insegnando voi alle plebi specialmente agricole, o truffatori di voti, di sinecure, di prebende! A votare, a brigare, a intrigare, ad arrabbattarsi, a sovrapporsi. La vostra propaganda  stata tracciata sul famoso sillogismo latino maccheronico: Aqua facit extinguere sitim, caro salsa facit bibere aquam, ergo caro salsa facit extinguere sitim. Voi, paur pater le paysan, vi presentate a costui coi trucchi d'Euno, il gran cerretano sirio delle guerre servili, e date ad intendergli che la materia infiammabile contenuta in un guscio di noce sia il sole dell'avvenire. Con ci voi non otterrete, tutt'al pi, che qualche misera ed effimera jacquerie, nella quale nemmeno riuscirete a proclamarvi "re dei pidocchi", perch essa travolgerebbe voi stessi per i primi.
Un valoroso scrittore anarchico francese, Jean Grave, scriveva giorni or sono:
"Ah! s, le forti individualit conducono le folle, le minoranze ribelli scatenano le rivoluzioni; ma dopo tutto sono le folle che le compiono, e per quanto possa essere grande la potenza delle forti individualit, qualecchessia l'attivit delle minoranze rivoluzionarie, queste non ricavano dalla folla se non ci che essa  capace di dare; non la conducono se non in quanto la folla  adatta a muoversi; non la sollevano se non  posta in fermento dalle circostanze e dagli avvenimenti".
Dove sono le idee che camminano sui loro piedi? Le idee in tanto progrediscono e trionfano in quanto vi sono uomini che le portino sulle loro spalle robuste e le facciano avanzare; altrimenti voi non avrete che carbone incomodo e sordido. La rivoluzione sociale non sar che essenzialmente aristocratica, nel senso cio di elevare, nobilitare il proletariato al massimo grado, renderlo atto a godere, non solo i beneficii materiali della nuova societ, ma anche e soprattutto i beneficii intellettuali e morali. Se la rivoluzione sociale dovesse portare il trionfo dell'analfabetismo, del sudiciume e della bestialit con una pura e semplice sostituzione di mugicky, di beceri, di barabba, di lazzaroni e di villani, sarebbe meglio che ci rifugiassimo nel centro dell'Africa
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CAPITOLO 8. La borghesia
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Dell'idea avviene quel che suole avvenire della libert, della civilt, della giustizia, del diritto, dell'ordine. Tutti parlano in nome di questi ultimi come di cose proprie, non esclusi i cosacchi che portavano l'ordine a Varsavia, i gendarmi che introducevano la libert nel Tonchino e nell'Algeria, i panduri croati che assicuravano la pace all'Italia e i lanzichenecchi che importavano la civilt kulturata nel Belgio. Infatti il boia tira i piedi in nome dell'idea, il brigante svaligia spinto da una ideale forza irresistibile, lo sbirro ammanetta in ossequio all'idealit, l'assassino scanna idealmente, i corvi si pascono in senso idealistico, i pappagalli cianciano in tuono ideologico, i farabutti si votano anima e corpo all'idealismo. Che gazzarra, che scampano, che brulicho d'idee! Sant'Apollo, aiutateli!
Il ministro Orlando in un suo discorso tenuto tre anni or sono al politeama di Palermo divise barbinamente le guerre in guerre di razza e in guerre di idee, ed io ne ri- levai le panzane in un altro mio lavoretto: La guerra e la civilt. Ora egli da presidente del consiglio e dopo la vittoria  tornato con un breve accenno sullo stesso tema, ma non per questo  stato meno infelice.
L'illustre professore di dritto pubblico cos ha parlato
al circo equestre di Monteciborio:
"Noi vogliamo dire invece che l'Intesa non sarebbe riuscita a vincere la formidabile preparazione nemica se tutto fosse dipeso dal numero dei cannoni, delle mitragliatrici e dei fucili, e dalla sapiente e spregiudicata predisposizione delle insidie nemiche: dal siluro al gas afissiante, dal piano d'invasione del Belgio al piano d'invasione di spie per tutto il mondo. Su questo terreno l'Italia e i suoi alleati  assai improbabile sarebbero rimasti vincitori, se oltre la forza materiale non li avesse sorretti una grande forza ideale".
 indiscutibile che la forza materiale, non sorretta da una grande forza ideale, non arriva a trionfare, oggi, specialmente. Pu s, vincere per un momento; ma trionfare non potr giammai, e lo abbiamo provato noi anarchici contro cui si rovesciarono a pi riprese la prepotenza e la ferocia borghese di tutto il mondo senza riuscire ad altro che a renderci invincibili. La forza brutale presto o tardi deve soccombere; solo la forza al servizio di un'idea trionfa ed entra nel patrimonio del genere umano e nell'eternit della storia. Le giberne dell'Intesa per hanno vinto perch erano le pi numerose e le pi ricche; perch avevano il dominio del mare; perch all'ultima ora sono diventate le pi forti in tutti i sensi. Se mai forza ideale si ebbe, questa fu essenzialmente popolare nei giorni pi tragici delle brigantesche irruzioni lanzichenecche, che assassinavano il Belgio, la Serbia e la Francia, calpestavano la Russia frantumata e minacciavano d'insanguinare il mondo intero.
La forza ideale non anim certo l'infinita schiera dei pescicani, degli sciacalli, degli affamatori, dei saltimbanchi, dei mestieranti, pei quali la guerra  stata un affare o una cambiale da scontare, e che all'Italia hanno fatto tanto male quanto un'invasione. La grassa e grossa borghesia, dacch, conquist la ricchezza e il potere, l'idealit l'ha riposta nella borsa insanguinata o nella trippa scurrile. Poco importa che ci sia una monarchia o una repubblica, una teocrazia o una socialdemocrazia sudekuniana, che governino i piemontesi o i prussiani: a lei preme che la sua greppia dorata resti in piedi. In tanto esistono l'indipendenza, la libert, la patria in quanto quella greppia non  toccata. Per tutto il resto essa si rassegnerebbe, non solo a parlare turco, ma a servire devotamente il primo giannizziere o mammalucco che capiti. "Oggi cortigiana d'una dinastia, scrive Saverio Merlino, per poter saccheggiare impunemente il paese, domani rivoluzionaria per salvare il bottino o per arrotondare il dominio acquistato, essa  stata sempre in preda alla bulimia dell'oro e del potere". Per questo e nient'altro che per questo, come pur nota il Turiello, la borghesia italiana si  gettata spesso nella tormenta rivoluzionaria. Le borghesie dell'Intesa hanno accusato spudoratamente i bolsceviki russi d'aver chiamato i tedeschi e d'essersi alleati con loro; ma si tratta di una volgare e infame calunnia, che non potr mai aver presa n trovar credito, perch le prove pi schiacciati stanno l a smentirla sotto gli occhi di tutti. La massima voltairiana, cos cara ai dominatori: "Calunniate, calunniate, qualche cosa rester", una volta ancora ha fatto cecca. I bolsceviki saranno stati vigliacchi, saranno stati bestiali, saranno stati imprevidenti; ma non invocarono mai l'ausilio dei predoni tedeschi, che li calpestarono e li fucilarono a pi non posso. I lanzichenecchi e i panduri invece, furono affannosamente e fraternamente chiamati dalle varie borghesie russe, per paura della rivoluzione sociale. Il ministro Czernin dichiar che uno spiraglio di luce si ebbe per gl'imperi centrali quando la borghesia ucraina apr le porte ai loro eserciti. Poi venne la borghesia finlandese, che coll'aiuto dei tedeschi per soffocare la rivoluzione sparse in pochi mesi pi sangue paesano di quanto ne hanno sparso in due anni i bolsceviki per tutto l'impero russo. I latifondisti delle Provincie baltiche, i possidenti beoti della Lituania, i signorotti della Polonia, gli spossessati fuorusciti della Russia facevano a gara nell'accogliere i Nibelunghi come salvatori sovrani, ed oggi che la stella d'Arminio  tramontata, danno il calcio dell'asino a Guglielmone e si rivolgono supplicanti alle mitragliatrici dell'Intesa, che prima, per far piacere ai tedeschi, avversavano e odiavano. Voi li vedete in questo momento i rappresentanti della borghesia russa andare in pellegrinaggio a Parigi come alla Mecca per implorare la ricostituzione dell'impero moscovita, col loro dominio e colle galere della Siberia. Se domani la borghesia italiana, o francese, o inglese si trovasse di fronte alla rivoluzione sociale, chiamerebbe cento volte gli stranieri in casa, e piuttostoch perdere i privilegi, preferirebbe farsi ingravidare dai cinesi o diventare eunuca dei turchi. Infatti ecco che cosa sta succedendo in Italia: mentre la Germania aveva un naviglio potente, i predoni inglesi non potevano prendersi la libert di mandare troppe corazzate altrove; ora, liberatisi da quell'incubo, annunziano di voler quanto prima stabilire una poderosa armata a Malta per tenere il dominio assoluto del Mediterraneo, il quale importerebbe il vassallaggio dell'Italia. Senonch per i patriotti italiani il pericolo non sta nella rapacit britannica, pi nefasta e pi insaziabile della tedesca; non sta nel militarismo francese che minaccia di prendere il posto del tedesco. Il profeta Iannicola e gli altri mascalzoni della sua stampa si rassegnerebbero volentieri e patriotticamente a diventare stallieri di John Bull o sguatteri di Chauvin, che per loro rappresentano i cani di guardia del disordine borghese; ma non si rassegnerebbero mai e poi mai a fare assidere alla loro mensa il proletariato.
La storia degli oppressori, per altro,  stata sempre la stessa: quando veggono il loro potere minacciato, ricorrono agli scherani forestieri. Cos i satelliti della monarchia borbonica dopo la presa della Bastiglia emigravano per ritornare patriotticamente con gli eserciti invasori in Francia; gl'italianissimi sabaudi soffocavano la sommossa del 1821 colle baionette austriache; il papato si faceva puntellare dai cannoni francesi; gli Asburgo chiedevano il soccorso dei cosacchi. E poi, colla pi strabiliante spudoratezza, inventano l'oro e la complicit dello straniero coi rivoluzionarii!
Per i dominatori non c' che una sola idea da difendere, da esaltare, da far trionfare ad ogni costo, anche quando  un'idea tramontata e infeconda; anche quando non  pi idea, ma dominazione brutale: il proprio reggimento. Tutte le altre idee che attentano a tale reggimento, che minacciano la mensa imbandita dei gaudenti, non hanno n "divina essenza", n "misteriose energie": sono roba da manicomio, da galera o da forca, e i loro seguaci vanno trattati alla stregua della psichiatria, del codice penale, o della giberna.
La forza ideale non ha animato per nulla la borghesia francese, di cui avete assaggiato innumerevoli volte i calci nel sedere e gli schiaffi sul viso; borghesia altezzosa, vana, provocatrice e violenta, che rimane sempre quella del primo e del secondo impero.
La gazzettaglia borghese e i guerrafondai italiani hanno criminosamente ingannato l'opinione pubblica e tradito nel modo pi vergognoso la nazione. Essi fin dal primo giorno della guerra hanno dato ad intendere che in Inghilterra e in Francia ad ogni passo v'era un altare su cui s'adoravano i maccheroni italiani, e che tutti i francesi e gl'inglesi per onorare la dea Roma da mane a sera sonavano il mandolino e mangiavano ulive di Calabria e panettone di Milano. Io credo che dacch mondo  mondo nessuna canaglia rappresent mai una pi indegna commedia e ord una pi infame calandrinata in danno della propria patria; talmentech i rappresentanti dell'onor nazionale, gazzettieri, politicanti e patriotti, alla stregua delle loro leggi andrebbero tutti fucilati alla schiena per lo meno dieci volte. Alla Germania, vasello d'ogni froda, sentina d'ogni turpitudine, crogiuolo d'ogni delitto, si contrapponevano una Francia e un'Inghilterra ideali, veri Eldoradi della libert e della civilt, tempii sacri del diritto e della giustizia, ovili d'agnelli incontaminati. Cos gli abietti tedescofili di ieri, i misogalli idioti del giorno innanzi, lo stesso Colaianni autore della implacabile requisitoria sui Latini e Anglo-Sassoni, non si stancavano di falsare la storia, di spacciare le pi sconce menzogne, di svisare mostruosamente i fatti, quasich per mettere a nudo le piaghe d'Odino fosse necessario dedicare il Campidoglio ai Druidi gallici e al Moloch britannico. Dimenticavano fra l'altro, quei nazionali microcefali, l'insegnamento di Niccol Machiavelli: non bisogna offendere tanto un nemico da non pensare che domani egli possa tornare amico, e non si deve esaltare tanto un amico da non attendersi che domani questo possa diventare nemico. Oggi che i nodi son venuti al pettine essi sbofonchiano, strillano, spettegolano pi o meno a denti stretti "coll'amarezza" di Napoleone di Castrogiovanni, e recitano l'atto di contrizione colla bava di Gabriele D'annunzio. Eppure la storia era l a metterli in guardia e ad insegnar loro molte cose.
Uno scrittore napoletano, Ferdinando Santini, scriveva parecchi anni or sono: "Figlio dell'invidia e dell'orgoglio, l'odio, che rode l'anima dei francesi contro ogni gente vicina, che accenni a divenir qualche cosa nel consorzio delle nazioni, si manifest in tutta la scompostezza e la vilt degl'impeti suoi contro l'Italia dopo il 1870; strabocc fuori senza freno di sorta, n di civile temperanza, n di senso morale, tutto libero e intiero, dopo la meritata lezione della Prussia, che spunt le corna alla loro tradizionale superbia. Lasciata la Francia a s stessa, rivel tutto l'essere suo; e, d'allora in poi, s' veduto lo stranissimo fenomeno d'una nazione, in cui tutta la stampa, a qualunque parte politica fosse venduta, in questo mirabilmente si concordasse tutta per malefico istinto, nell'odio contro l'Italia: ch delle rarissime eccezioni non vale il tener conto". Ora qui c' tutta quanta la psicologia delle classi dominanti francesi. La vera rappresentante del militarismo o dell'egemonia universale non  stata la Germania, ma la Francia, la quale dai Carolingi in poi senza soluzione di continuit s' vista sempre in preda a un vero delirio di supremazia, che  stato causa precipua delle sue sventure e della maggior parte delle grandi guerre europee. Questo delirio incurabile e irresistibile gett i francesi nel vulcano del Vespro, condusse Filippo l'Ardito a morir "fuggendo e disfiorando il giglio", trascin l'orifiamma nel fango e nel sangue del Garigliano, di Pavia e di San Quintino, fece passare la Francia per le umiliazioni d Malplaquet, dell'Assietta, di Rossbach, di Waterloo, di Sedan.
Ai confini francesi specialmente non deve esistere nessuna nazione che abbia un certo valore e una certa forza: tutti debbono essere vassalli ossequenti, o devoti ammiratori, o umili servitori dei Brenni galli. L'odio francese si scatena anche quando un popolo scuote il giogo e si costituisce a nazione: ecco perch dopo Federico il Grande la Francia detestava la Prussia e dopo il 1870 vituperava l'Italia. A volta, a volta il regno longobardo, il ducato di Borgogna, gli stati spagnuoli, la repubblica di Venezia, i principati tedeschi, la marina inglese, la prosperit olandese, la dinasta austriaca hanno provato la sferza della sua megalomania furibonda, quasi sempre finita colla sconfitta. C' chi vuol ricercare l'idealit in alcune imprese guerresche della Francia; ma andando in fondo si trova che i moventi del militarismo francese sono stati costantemente l'invidia e l'orgoglio. L'odio contro l'Inghilterra e l'Olanda lo fece correre in aiuto degli Stati Uniti e del Belgio; il timore di vedere ingrandita la Russia a spese della Turchia lo condusse, sulle orme dell'Inghilterra, a Navarino contro i musulmani e in Crimea contro i cristiani; il desiderio di umiliare l'Austria e la brama di annettersi Nizza e Savoia lo determinarono ad aiutare il Piemonte nel 1859. Oggi in egual modo la gelosa dell'Italia lo ha spinto prima a soccorrere e incoraggiare gli abissini nell'Eritrea e i turchi in Libia, poi a difendere da bravo alleato la causa dell'Austria, a sobbillare i greci, a guidare i serbi contro il Montenegro e la francesizzata sorella rumena, ad aizzare i croati perfino in terra italiana al di qua delle Alpi. Per fortuna la possa non corrisponde pi alla volont di nuocere, altrimenti vedreste i "gallo-frati" d'un Oudinot qualsiasi, benedetti dal cardinale Amette, passare i monti e il mare per conquistare Venezia ai panduri croati del maresciallo Boroevic, Verona agli sloveni di Radetzski, Roma ai canonici di Ntre Dame de Paris e Bari ai serbi, come mercato naturale dei porci nutricati nei domini di re Pietro e di re Nicola.
Non parliamo poi dell'Inghilterra, per carit! La storia inglese  la vera storia del brigantaggio, della frode e dell'assassinio, non animata mai dal minimo soffio d'idealit. Finch non vede minacciati la sua borsa e il suo covile piratesco, l'Inghilterra non si muove mai, o tutt'al pi si muove all'ultimo per mettere in pratica il motto: fra i due litiganti il terzo gode, svaligiando amici e nemici. Se la Germania non avesse invaso il Belgio e minacciato il suo impero, la Gran Bretagna non si sarebbe mossa, e lo dichiar solennemente Lloyd George.
Durante la guerra, massime in tempo di sconfitta, i campioni dell'Intesa sembravan tutti seguaci di San Francesco d'Assisi, si protestavano vittime del brigantaggio tedesco, predicavano di combattere per la giustizia, per la libert, per la civilt. Ora che la guerra  finita e che gl'imperi centrali sono stati debellati, voi li vedete d'un tratto trasformati in avvoltoi e iene. Ognuno, anche i conti di Culagna di Praga, di Zagabria, di Belgrado e d'Atene, vuole il suo impero; si tracciano corridoi territoriali degni del medio evo; si disegnano mosaici sui dettami del Metternich; i marescialli di Francia tra un Te Deum e l'altro hanno sentenziato d'arrivare a Colonia, a Magonza e forse pi oltre; gli scarabei nazionali d'Italia sognano l'impero romano; gl'inglesi, angeli custodi del genere umano e sentinelle della civilt, hanno stabilito d'allargare la loro pirateria fino a raggiungere quaranta milioni di chilometri quadrati in cifra tonda e di restare essi soli armati in mezzo a tutto il mondo disarmato. E se i tempi non fossero mutati, se accanto a Lloyd George non si trovasse che il solo ideologo borghese venuto dall'America, voi vedreste i traditori di Parga, i distruttori di cento popoli, i saccheggiatori dell'orbe, i deturpatori e i devastatori del Partenone e di Dheli, annidarsi sul mar Bianco, sul Baltico, sul mar Nero, sul Caspio, sull'Eufrate, in Arabia e nelle colonie germaniche. Altro che tedeschi! Altro che guerre d'idee! 
I dominatori son tutti gli stessi e i borghesi sono peggiori degli altri, perch hanno il cervello impastato di sego e di tossine, e al posto del cuore tengono una palanca.
Le parole spesso hanno un grave significato, non solo per la lingua di un popolo, ma anche per la storia e per la sociologia.
Le voci nobile e signorile passarono a significare pressocch in tutte le lingue, la gentilezza, la venust, la grazia, la bellezza ecc., non solo negli atti della vita, ma anche in tutte le manifestazioni del pensiero; e fino a un certo punto non a torto. La nobilt nel tempo del suo miglior dominio fu certo violenta, rapace, turbolenta, sanguinaria; ma non manc spesso di essere generosa, cavalleresca e di squisito senso artistico. Am e protesse a gara e con una specie di delirio le arti, e molto di frequente rub e dilapid per donare.
Il marchese Alberto Malaspina detto il Moro, rimproverato da Rambaldo di Vaqueiras di essersi posto a rubare alla strada, rispondeva senza esitare:
Per dieu Rambautz, de so us port gnarentia
Que mantas vetz, per talen de donar
Ai aver tol, e non per manentia
Ni per thesaur qu'ieu volgues amassar
...
.
...
("Perdio, o Rambaldo, di ci vi assicuro che molte volte ho rubato per piacer di donare, e non perch'io volessi ammassare n ricchezza n tesoro").
Strana specie di signorotti feudali, esclamerete voi, nevvero? Eppure quale differenza tra i baroni d'allora e i baronetti borghesi di oggi! Quelli rubavano per donare, per togliere di miseria i trovatori e per produrre opere d'arte; questi rubano per ammucchiar quattrini da lasciare ai loro eredi, o tutt'al pi da sperperare con pessimo gusto in orge, in bagordi, in bische, in bordelli e in lusso barbino di villani rifatti.
Non per nulla dunque borghese in molte lingue pass a significare nella vita odierna ogni manifestazione goffa, sciocca, grottesca, volgare.
La borghesia pi che per forza e virt proprie ha conquistato il dominio col sangue del popolo e colla frode; e se altre volte essa fu animata da qualche idealit, oggi come un goffo pachiderma  allettata solo dal brago in cui si culla e dal pasto che divora. Mentre i lanzichenecchi del kaiser minacciavano le mangiatoie dell'Intesa, i nostri borghesi levavano al cielo Carlo Liebknecht, che come Farinata avrebbe potato dire della libert in Germania:
Ma fu' io sol col, dove sofferto
Fu per ciascun di trre via Fiorenza,
Colui che la difese a viso aperto.
Quando per il Liebknecht volle proseguire nella mischia sociale fino alle estreme e logiche conseguenze, le borghesie intesiste per le prime lo dichiararono mentecatto, ignorante fanatico; gioirono della sua morte come d'un trionfo maggiore della loro vittoria su Guglielmone e batterono le mani ai peggiori arnesi del militarismo tedesco rosso e nero, che avevano scatenato la guerra. Lo stesso avvenne in Russia: da principio istigarono ottobristi, cadetti e socialdemocratici contro la corte tedescofila di Russia; ma appena la rivoluzione prese una piega sociale, lanciarono l'anatema contro di essa. Oggi poi chiedono ad alta voce la distruzione dei bolsceviki, non per quello che costoro valgano o rappresentino, bens per soffocare sul nascere ogni tentativo di rivendicazione sociale. La rivoluzione bolscevika non  certo il modello delle rivoluzioni, n i bolsceviki sono i migliori solutori della questione sociale, che non si risolve con una bestialissina dittatura nihilista e molto meno colla spartizione delle terre ai mugicky. I bolsceviki non sono n tutti anarchici, n tutti socialisti, e il bolscevismo non ha nulla, assolutamente nulla a vedere colle dottrine anarchiche e molto meno con Tolstoj checch spropositino i gazzettieri borghesi capitanati da quel rammollito di Napoleone Colaianni, proclamatosi ultimamente gran profeta sul Giornale di Sicilia. Il bolscevismo fu il prodotto naturale dello Zarismo, delle deportazioni in Siberia e delle efferatezze della polizia russa, e i dominatori dell'impero moscovita oggi pagano il fio delle loro bestialit e delle loro infamie. Anzi ancor hanno pagato ben poco, perch a rigore di giustizia distributiva per tutto il male che fecero alla loro patria meriterebbero d'essere fucilati dal primo all'ultimo. Ma nonostante il terribile insegnamento della catastrofe russa, le borghesie vittoriose persistono nell'illusione di poter fermare la valanga colle palafitte e di considerare gli eserciti nazionali come devoti carnefici pronti a tagliar teste e a tirare piedi, secondo il volere del primo sbirro o gaudente che capiti. Ah no, perdio! Quel tempo  finito,  finito per sempre, e se le classi dominanti si ostinano a credere che la terra giri attorno a loro, presto, molto presto, faranno la fine della borghesia russa.
 bene, o signori, che il militarismo tedesco sia caduto; ma  necessario che cadano anche gli altri dominii della rapina e della forza. Il vero pericolo pel genere umano sta nel disordine borghese, e saranno benedetti coloro che prenderanno i figli della vostra Babilonia e li sbatteranno al muro, per servirmi di una frase biblica. Avete voglia di falsare, calunniare, bandire crociate, stringere freni, boicottare grottescamente nel liceo il figlio dell'assassinato Liebknecht, col quale ripetete la favola del lupo e dell'agnello: i vostri giorni sono contati e la vendetta sar uguale alla vostra ferocia.
E voi, o contadini, ricordatevi sempre del proverbio spagnuolo; Cuando el diablo reza, engaarte quiere. (Quando il diavolo prega  segno che vuole ingannarti). L'Ammon, per esempio, citato dal Colaianni, "ritiene il trionfo della democrazia sociale contrario alle basi naturali dell'ordine; si dichiara contrario alle concessioni e alle riforme: e non spera che nei contadini, la classe fondamentale dell'umanit, la fontana di Iouvence, che fornisce senza posa nuovi contingenti per colmare i vuoti che si fanno nelle altre classi". Il sacerdotale biografo del poeta rustico Carmine Papa scrive: " Anche io amo i campi che oggi chiamerei sacri, perch soli non del tutto ancora contaminati dalle invereconde ire di parte, dagli osceni delirii della piazza. Se la societ dovr trovare la medicina alle sue terribili infermit di egoismo, di speranze aleatorie, i soli agricoltori gliela potranno dare". Voi comprendete benissimo a che tendano tutti questi certificati di onorabilit e di virt: a fare dei contadini i bovi muti del disordine borghese, e all'occasione i cosacchi fedeli degli sfruttatori. Comprendete pure a che cosa mirino le velenose trovate, le maligne suggestioni, il vilipendio continuato dei gazzettieri e degli scribi borghesi contro i seguaci delle idee nuove.
Guglielmo Shakespeare, psicologo sovrano delle folle e profondissimo conoscitore del cuore umano, in uno dei suoi pi celebri drammi cos fa parlare alcuni cittadini:
3. Cittadino. Quando il cielo si cuopre di nubi, gli uomini savi si ravvolgono nei loro mantelli; quando le foglie pi larghe cadono, l'inverno  presso. Allorch il sole tramonta, chi  che non attenda la notte? Gli uragani fuor di stagione minacciano le carestie. Tutto pu andar bene; ma se Dio ne fa questa grazia,  pi che non meritiamo, e ch'io non m'aspetti.
2. Cittadino. Per dir vero, i cuori di tutti son pien di timori. Non si pu parlar con alcuno che non sia mesto e non appalesi i suoi terrori.
3. Cittadino.  quello che avviene sempre alla vigilia delle grandi rivoluzioni. Per un istinto divino gli uomini presagiscono i guai, come l'acqua si gonfia all'avvicinarsi dalla tempesta.....
I lazzaroni borghesi sentono l'uragano sociale che s'avvicina o credono di poterlo evitare avvolgendosi nel mantello della calunnia e nel pastrano della frode, ora che il gran riparo degli eserciti non  pi sicuro. Cesare Lombroso fa scuola, don Basilio trionfa: La calunnia  un venticello, con quel che segue. Infatti gl'immondi gazzettieri fanno a gara a chi le sballa pi grosse contro anarchici, socialisti, bolsceviki, spartachiani ecc.
Al principio della guerra il Manchester guardian, per esempio, scriveva: "Il bombardamento di Lovanio compiuto dai tedeschi somiglia all'atto d'un anarchico che getti una bomba nel British Museum"
Saprebbe dirci, di grazia, quella canaglia inglese dove mai ha visto un anarchico gettare bombe in un museo? Invece tutti videro poco tempo addietro le borghesissime suffragette britanniche deturpare monumenti e sfregiare quadri in segno di protesta per il non concesso dritto di voto all'utero isterico e al budello in fregola; ed io credo che fra tutti i rivoluzionarii che ricordi la storia gli anarchici soli non hanno mai distrutto o semplicemente guastato alcuna opera d'arte.
Gli estetici saccheggiatori anglo-sassoni sbuffano, sbofonchiano, strillano contro i tedeschi per la distruzione dei monumenti nel Belgio e in Francia; ma ch'io mi sappia non c' stato alcuno che abbia riveduto bene le bucce artistiche a loro, fratelli germani e primogeniti dei lanzichenecchi del sacco di Roma. Nella sola India i tutori dell'arte universale hanno saccheggiato, deturpato e rovinato tanti monumenti da riempirne il Belgio e la Francia da un capo all'altro. Sentiamo il De Gubernatis:
"Ma, poich nella ribellione dell'anno 1857, furono dai ribelli prima, e dai soldati inglesi poi, accasermati in quei palazzi monumentali, (degl'imperatori mongoli) scrostate parecchie pietra preziose di quei mosaici e portato via l'oro di quei soffitti e delle pareti, deploro il pessimo gusto col quale, sostituendo lo stucco al marmo intagliato, il dipinto sbiadito ai colori vivaci del mosaico, si credette provvedere al ristauro e riparare il guasto de' nuovi Vandali. E continuando anche dopo la ribellione, i soldati inglesi, per barbaro capriccio, a rompere ora l'uno ora l'altro pezzo di marmo dell'antico trono, si dovette deporre nel cortile della cos detta Moschea Moti, o Moschea Perla, costrutta in marmo dal re Gehanghir, e di lavoro assai finito. Ma inorridisco nel vedere come gli Inglesi, di solito cos disposti quando viaggiano in Italia, a levar la voce contro il guasto dei nostri monumenti dovuto alla nostra incuria, inerzia, ed ignoranza, tollerano a Delhi, ove sono padroni di casa assoluti, che, proprio accanto al trono di Shaghehan, una vera meraviglia dell'arte, non solo siasi aperta, ma si mantenga tuttora una cantina per i soldati. Cos pure ogni viaggiatore di buon gusto rimane offeso nel vedere tutte quelle casermacce inglesi, sorte quasi a dispetto ed oltraggio, intorno a' pi bei monumenti dell'arte Mongola".
Quel che avvenne dopo la presa di Dheli supera ogni pi vandalica fantasia umana. "La sventurata citt, scrive il Weber, era giorno e notte tempestata di palle infocate e d'altri proiettili... Gettiamo un velo sulle crudelt commesse nella citt conquistata. Si era presa la decisione di distruggerla e metterne a fil di spada tutti gli abitanti: a fatica si pot impedire l'ultima ruina e il totale massacro".
L'India  stata addirittura svaligiata per arricchire il British Museum, la ricchezza del quale  dovuta al saccheggio del mondo. Lord Elgin deturp il Partenone, rispettato da Alarico, asportandone il fregio, tantoch Giorgio Byron su una colonna v'incise il sanguinoso epigramma: "Erostrato ed Elgin sono per sempre immortali nella maledizione degli uomini; e forse il secondo val meno del primo". E quasi per fare ammenda delle sue rapine quell'artistico devastatore fece erigere una pesante e sgraziatissima torre nel mercato di Atene. Altri inglesi poi ebbero la grottesca idea per molti anni di farsi seppellire in tombe non meno grottesche all'ombra del tempio di Teseo. A Malta avevano perfino rubato i cannoni lasciati dall'antico Ordine, che pi tardi restituirono per le vive proteste dei maltesi. Gli stessi loro fratelli degli stati Uniti ebbero prove manifeste dell'insuperata estetica inglese quando nella guerra del 1814 videro distruggere il Campidoglio di Washington.
N solo per arricchire i musei saccheggiavano e deturpavano i monumenti; ma anche per adornare goffamente le loro piratesche dimore. Fin dal principio del secolo scorso Giulio Ferrario nel Costume antico e moderno scriveva sulla scorta del conte Ferri: "In nessun paese, se si eccettui l'Italia, si trova un cos gran numero di statue e di marmi antichi quanto nell'Inghilterra. Basti il citare la famosa raccolta d'Arundel, quella del conte Prembrock e altre quattordici raccolte indicate dal conte Ferri, oltre un numero a un dipresso eguale d'opere di scultura disperse nelle case di molti Lord e di altri ricchi". E ci senza contare i saccheggi e le devastazioni posteriori.
I greci, i romani, i saraceni, i veneziani molto predarono e devastarono; ma seppero anche edificare pi e meglio di prima. Che cosa invece gl'inglesi hanno dato all'arte sulle rovine altrui? Nulla, assolutamente nulla. Tutto ci che essi costruiscono, quasi sempre coi denari dei vinti, ha uno scopo puramente commerciale di dominio e di sfruttamento. La cultura che importano sta tutta nella sopraffazione e nel disprezzo per i popoli conquistati. Il dottor Leitner diceva al De Gubernatis: "Il Governo inglese anzich far progredire la coltura degli orientali, l'ha diminuita. Abbandonati a s stessi gl'Indiani s'approfondivano nella loro scienza, nella loro letteratura, e, se anche ignoravano la lingua inglese, avevano il segreto della sapienza orientale; ora tali indiani diventano sempre pi rari. Gli Indiani devono essere istruiti ed educati per l'India, non gi per l'Inghilterra; il sistema educativo introdotto dagli Inglesi nell'India  intieramente inorganico; toglie all'India le sue vere e proprie forze, e con tutto ci, non riesce a creare dei neo-Inglesi". Cos gl'indiani si trovano nello stato d'abiezione intellettuale di prima; n i birmani, gli egiziani, i maltesi, i ciprioti e tutti i popoli indigeni sottoposti alla dominazione inglese hanno guadagnato un gran che nel fatto della cultura: questa non esiste se non per la stirpe anglo-sassone e a forma anglo-sassone, e non giunge neppure nella misera Irlanda.
Ora  venuta la volta del Times, massimo portavoce dei filibustieri e degli omosessuali (alias sodomiti) inglesi, il quale assicura di "essersi procurato il testo d'un proclama pubblicato dai Bolsceviki a Saratoff in Russia, dove i soldati czechi lo trovarono affisso per le strade quando entrarono nella citt. Si tratta della famosa ordinanza del governo bolsceviko per la nazionalizzazione delle donne, un documento che pi diabolico non potrebbe immaginarsi e della cui autenticit non si pu dubitare affatto".
Figuratevi che gazzarra fra i gazzettieri di tutto il mondo borghese! Qui ne abbiamo avuto un esempio edificante in quella schifosissima cloaca d'origine borbonica che si chiama Giornale di Sicilia, e che potrebbe invece intitolarsi il "giornale del sudiciume".
Senonch la panzana  cos grossa che non la potranno ingollare nemmeno i bufali. Un viaggiatore fanfarone assicurava d'aver visto nella Cina "un cavolo di tale grandezza che cento uomini potevano ripararsi sotto le sue foglie". - "Ed io nel Giappone ho visto, soggiunse chi ascoltava, una caldaia dentro a cui lavoravano per portarla a finimento duecento calderai con armi e bagagli". Il viaggiatore sorpreso domand: "Per che cosa doveva essa servire?" - "Per cuocere il vostro cavolo", rispose l'altro.
Ebbene, quella stessa caldaia non basterebbe a contenere la cantafavola del Times.
Io comprendo benissimo che i gaudenti e i politicanti mentiscano, falsifichino, infamino per denigrare gli avversarii. In tal modo Bismark falsific il telegramma di Ems, Francesco Crispi per colpire i fascisti invent di sana pianta il "trattato di Bisacquino firmatissimo", i tedeschi affermavano d'aver trovato negli archivi belgi non so quanti documenti per provare la complicit del Belgio coll'Intesa. Ma non comprendo affatto che l'imbecillit delle gazzette borghesi arrivi al punto di spacciare frottole che a prima vista ognuno s'accorge quanto siano sconce e goffe.
Di che cosa, per altro, non sono capaci i giornalisti? Per essi mentire  la regola, ingannare  la divisa, truffare  lo scopo unico della loro vita di fango. Dicono che il Times sia il primo giornale del mondo; ma appunto per questo esso tiene anche il primato della menzogna, del ricatto e della calunnia. Calunni il Parnell perch difendeva i diritti della povera Irlanda e si busc un processo e una condanna per diffamazione; calunni i Boeri, spacciandone d'ogni colore sul conto loro; calunni a pi riprese i fratelli degli Stati Uniti per gelosia del loro progresso industriale e commerciale; calunni pi volte e atrocemente la Francia; apr le porte del suo letamaio ai croati contro l'Italia, c' dunque da meravigliarsi che ora sia venuta la volta dei bolsceviki! Chi mai non ha calunniato il Times per difendere la borsa insanguinata dei suoi pirati?
I bolsceviki avranno dei torti; ma non si sono mai resi colpevoli delle turpitudini di cui li accusa la stampa borghese, e molto meno di quell'infamia che la canaglia gazzettiere chiama facetamente "nazionalizzazione delle donne". Questa non ha mai fatto parte di alcun programma socialista, o anarchico, o bolsceviko, o spartachiano, n in teoria n in fatto. La "nazionalizzazione delle donne" invece fu predicata e mandata ad effetto dal monaco Rasputin, drudo della zarina russa e fondatore d'una setta religiosa, imperialisticamente e divinamente canina. La stessa "nazionalizzazione" poi si trova praticata senza alcun freno nei bordelli e nella prostituzione della societ borghese, che pare diventata uno spaventoso lupanare; ed  perch gli anarchici vogliono abolire di sana pianta questo lupanare che i gaudenti li perseguitano e li calunniano maggiormente. Infatti l'avvento dell'anarchia porrebbe fine una volta e per sempre alle loro orge, alle loro depravazioni e ai loro mercati di carne umana, in cui i banditi inglesi tengono il primato assoluto.
La leggenda del pudore britannico  cos falsa che sembra inventata a bella posta in senso ironico per significare il contrario; perch in quanto a dissolutezza nessuna gente eguaglia l'anglo-sassone, che sessualmente  la pi degenerata del mondo. Dai loro stessi viaggiatori apprendiamo che gl'inglesi, appena sbarcati in un luogo, la prima cosa che fanno  quella di dar la caccia alle donne indigene. Che queste siano brutte o addirittura mostruose, sudice o puzzolenti, poco importa: in tale bisogna essi sono di facile accomodamento, peggiori dei lanzichenecchi, che non risparmiano neppure le vecchie a settantanni. Chiunque  stato in qualche loro colonia, spesso li ha visti ubriacchi fradici inseguir le donne come fanno i becchi colle capre in tempo di monta. Una volta in un sobborgo di Malta, alla Floriana, stando in un caff intesi grida e sbataccho di porte nelle strade vicine; ne chiesi il motivo e il caffettiere mi rispose: "Sono i marinai e i soldati, che, saturi di birra e di gin, si buttano villanamente addosso alle donne popolane, le quali al loro passaggio corrono gridando a chiudersi in casa". I costumi coloniali inglesi, del resto, nel fatto del libertinaggio sono sempre stati degnissimi di poema mariniano e di storia delle degenerazioni umane, e ne fanno fede le pene draconiere che colpivano gli adulteri e i rapitori in alcuni degli Stati Uniti alla fine del secolo dicimottavo.
La pena dell'adulterio nel Connecticut secondo la costituzione era la morte, scrive il Ferrario nel Costume antico e moderno, ma nell'assemblea generale del 1784 fu pubblicata una nuova legge che condanna i due adulteri ad essere severamente frustati sulle nude carni, e bollati in fronte col ferro rovente, che rappresenti la lettera A, ed a portare una corda al collo sopra i loro abiti, in modo che sia visibile, per tutto il tempo che dimorava nello Stato. Il ratto  punito colla morte, bastando per prova il giuramento della giovine rapita".
Ora  risaputo che nella legislazione penale come nella medicina non si escogitano rimedii infernali se non quando imperversano mali che producono la cancrena; e i mali che affliggevano le colonie inglesi d'allora erano peggiori assai di quelli che provocarono l'incenerimento di Sodoma e di Gomorra. Ce li narrano due egregi viaggiatori del tempo: Luigi Castiglioni nel suo Viaggio negli Stati Uniti e il Warden nella Descrizione degli Stati Uniti, di cui riporto un tratto:
"L'amore nell'America Unita, e principalmente negli Stati del Nord, non  s vivace, n s raffinato come nella maggior parte d'Europa. Abbominevoli vizii diminuiscono nelle donzelle la forza della passione amorosa, ed i giovani comperano altrove giornalmente la soddisfazione dei loro appetiti. Da questo risulta o una totale indifferenza, o una brutale avidit nel ricercare le pi delicate prove d'amore. Le donne, rese quasi insensibili, presentansi come statue all'ara di Cupido, e fanno consistere la modestia e la virt nel ricercare con indifferenza le pi vive testimonianze amorose. In queste parti del Connecticut se alcuno entra in una casa dove sia una giovine, ed incominci dai discorsi a passare agli abbracciamenti cui la nuova statua di Pigmalione con freddezza riceve, i parenti li lasciano in piena libert di passare insieme la notte, ed anche di giacere assieme, e questo costume che non  per comune in tutte le famiglie, chiamasi bundling. In tal caso la donna si sveste degli abiti, eccettuata la gonnella, ed il giovane si spoglia della sottoveste e delle calze, essendo qualunque cosa permessa da cui non possano derivare sinistre conseguenze; patto, che richiedesi dalla giovane, e dicesi puntualmente osservato. Viaggiando nel Connecticut mi trovai in compagnia di un giovane, il quale pass la notte con una fanciulla dopo averla corteggiata non pi di sei ore, nel qual tempo essa si lascio baciare in publico senza mostrarne n compiacenza n rossore".
Al tempo della dominazione inglese questi edificanti costumi erano generali e comuni a parecchie colonie, senza pena e senza biasimo. Dopo la formazione degli Stati Uniti andarono man mano scomparendo, non certo per virt, dei primitivi anglo-sassoni, ma per effetto dell'immigrazione di altre genti, che trasform da cima a fondo quella repubblica, in cui d'inglese non resta che la lingua e in cui la civilt e l'incivilt, i vizii e le virt hanno preso un aspetto tutto proprio di un immenso mercato internazionale.
In alcune colonie dell'America centrale oltre al ratto sistematico delle indigene a scopo di schiavit, John Bull aveva introdotto il jus utendi et abutendi delle donne. Nel 1710 era governatore dell'isola Antiqua un certo Park, "uomo che non ebbe misura nelle sue ingiustizie e violenze, tanto per accumulare somme ricchezze, quanto per saziare la sua libidine. Seduttore di tutte le donne dell'isola, crudelmente imprigionando mariti e padri se osavano alzare un lamento, una che aveva rapita a forza, e pubblicamente viveva con essa sotto gli occhi dello sposo. S turpe sfacciataggine eccit la sollevazione; per la qual cosa in pieno giorno, assaltato da una mano di abitatori, fu trucidato, e cacciato nudo cadavere sulla strada, ove quelli, le cui spose e figliuole avea disonorato, lo misero rabbiosamente in pezzi".
La prostituzione inglese nella stessa madre patria non trova riscontro nella storia dell'abiezione umana. Alla fine del settecento il Baretti ne tracci un quadro efficacissimo e al principio del secolo scorso il Ferrario notava:
"Immenso  il numero delle meritrici di Londra, che da Colquhoun capo della polizia di questa citt ed autore di un eccellente trattato su questa materia e sui mezzi di riparare a siffatto disordine, si fece sommare a cinquantamila per lo meno; oltre le mantenute che formano una classe assai numerosa, prodotta dalle immense spese che seco trascina lo stato coniugale a motivo del lusso delle donne maritate di un certo grado. Ma molto pi del numero delle bagascie recheranno grandissimo stupore nei leggenti le lor maniere violento e canagliesche, la vita del pari misera che infame e la loro et. Centinaia di esse ho visto, dice il Baretti, co' miei occhi, che non giungono ai dieci, agli undici e a' dodici anni; e non si pu dire quanto di queste sventurate creature stieno tutti i dodici mesi dell'anno nelle strade, prive di abitazione, e vivendo la vita bestialmente a casaccio, senza potersi cavare ben la fame una volta il mese e piene sino agli occhi di mille mali, miseria, a considerarla bene, degna di estrema compassione. Ed  cosa fastidiosa molto andare la sera per istrada, ed essere da centinaia di esse ora baldanzosamente ora umilmente richiesto di pagar loro un bicchiere di vino; vale a dire di condurle in taverne e in bordelli, che hanno porte bene illuminate perch sieno pi facilmente distinte dai pazzi peccatori. E di tali bordelli e taverne ve n'ha una ogni venti passi in tutte le strade pi frequentate, e molte anco nelle strade rimote. Moltissime di quelle meritrici ho io osservate, dotate d'assai bellezza, ma bellezza sepolta negli stracci, e nel sudiciume, e nella maninconia scritta in visibili maiuscole sulla pi parte delle loro facce; e dalle bocche loro troppe volte si sentono uscire le pi laide parole, e le espressioni pi stomachevoli, e torrenti di ingiurie, e di maledizioni, e di bestemmie crudeli, massime quando un gruppo di scapestrati furfantelli mezzo briachi, come spesso avviene, scorre per la citt col solo fine di palpare a forza, di pizzicarle, di oltraggiarle e di sbatterle contro i muri, il tutto con indecenza somma, con sfacciataggine insopportabile, e senza il minimo riguardo o timore degli uomini e di Dio. E chi va per quelle strade bisogna guardi bene alle proprie tasche e all'orologio chi lo ha, che le meritrici e i ladroncelli sono destrissimi a furare ogni cosa; n si pu dire la quantit di borsaiuoli maschi e femmine, che come pestilenza infettano tutta quella gran metropoli".
Oggi le cose non sono mutate affatto: a Londra le meritrici si contano non pi a decine di migliaia, ma a centinaia di migliaia, senza comprendere le bagasce borghesi di cui per lo meno ve n' una in ogni casa; l'intero quartiere di White Chapel, teatro delle gesta di Jack lo sventratore,  un immenso postribolo, e le degenerazioni sessuali inglesi sono tante e tali da fare arrossire le citt della Pentapoli biblica. Esse hanno trovato il loro cantore in Oscar Wilde, l'apologista in Haveloque Ellis, e gl'innumerevoli seguaci nella pi pura aristocrazia e nella pi eletta borghesia. Un solo anarchico, ch'io mi sappia, ha fatto eco a siffatte brutture: il Carpenter. Egli non  bolsceviko, non  russo, ma anarchico intellettuale inglese, e il suo sudicio libro stampato in Inghilterra, nella lingua di Edoardo VII, non trov accoglienza benigna fra i bolsceviki e gli anarchici, bens in Germania tra i pi celebri scienziati, tra gli studenti e i pederasti della Kultur borghese.
La verit dunque  che una spaventosa ipocrisia fa somigliare l'Inghilterra a una societ di gesuiti e fa apparire pudibonda la nazione pi corrotta e pi infame della terra. Poich la differenza tra i tedeschi e gl'inglesi  questa: che i primi confessano senza reticenze le loro sudicerie e le loro atrocit, se ne gloriano come di qualit superiori e di virt elette, vi fondan su teorie scientifiche e si vantano di esserne i dipositarii e gl'interpetri; gl'inglesi invece, pur superandoli in tutto e per tutto, hanno posseduto in sommo grado l'arte d'infingersi e di gabbare il mondo, s da farsi credere gli angeli custodi della civilt umana. Parecchi anni or sono lessi che uno scienziato tedesco attribuiva la superiorit fisiologica della sua schiatta alla facilita con cui le donne tedesche si accoppiano liberamente, causa precipua anche di superiorit demografica. In altri termini aggiudicava il primato di razza alle pi grosse troie e ai bufali pi cornuti. Al principio della guerra poi un altro scrittore non meno kulturato e imperiale scriveva suppergi cos: " bene che le donne dei vinti ignude e umiliate soggiacciano ai dorsi turgidi dei guerrieri vittoriosi". Dal che si vede che i tedeschi nella loro brutalit sono sinceri, mentre i gesuitissimi inglesi, di gran lunga peggiori, si atteggino a campioni del pudore umano e della santit della donna.
Vedete, o contadini, da che pulpiti vi vengono le lezioni di moralit e di civilt! Ab uno disce omnes.
Nessuno ha cos vivo il rispetto verso la donna come noi anarchici, che della sua dignit e della sua libert ne abbiamo fatto quasi un domma di fede; laddove i gaudenti le hanno relegate nell'orgia dorata e nel postribolo, a Sodoma e a Gomorra.
Noi anarchici vogliamo una famiglia fondata sull'amore e sul vero onore, mentre la borghesia l'edifica sulla schiavit, sul mercimonio, sul convenzionalismo, sulla bestialit.
La vostra redenzione, o lavoratori, non verr certo dagli sciacalli borghesi, non verr dai gaglioffi saltimbanchi che oggi sostengono il re, il kaiser, il presidente e i marescialli nazionali e domani proclamano l'internazionale della forca a Berna. La redenzione del genere umano non pu venire che dalla rivoluzione sociale, dopo la quale ogni uomo libero potr cantare:
Terra, tu madre di tutto, che spandi ricchezze, Demeter!
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CAPITOLO 9. L'Utopia
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Che cosa non  stato utopia nell'umano progresso? gli schiavi, gli arteriosclerotici, i tenebroni, gli oppressori ogni idea nuova l'hanno proclamata utopia e molto spesso anche follia, impostura, delitto: dall'invenzione meccanica alla scoperta scientifica, dal rinnovamento morale alla conquista della libert. In un'isola del Pacifico, se mal ricordo, una volta un selvaggio invent una nuova maniera di adoperar l'accetta con minor fatica e maggior profitto dell'uso antico.
Fu una rivoluzione presso a poco simile a quella che si scaten in Francia per la proclamazione dei diritti dell'uomo. I preistorici isolani si divisero in due schiere: partigiani del vecchio e del nuovo metodo, che alla fine trionf. E non  solo fra i primitivi e i plebei che ci avviene.
L'accademia delle scienze di Parigi, consultata sul battello a vapore del Fulton, sentenzi che era utopia voler navigare contro i venti, e Napoleone, il grande Napoleone, la gloria sciabolatrice della Francia, aspramente interruppe Luigi Costaz che gli raccomandava il Fulton:
In tutte le capitali d'Europa v' una folla d'avventurieri e di progettisti che corrono ad offrire ad ogni governo le loro pretese scoperte, che esistono soltanto nella loro immaginazione. Sono tutti ciarlatani e impostori, i quali non hanno altro in vista che estorcere denaro. Quest'americano  uno di essi. Non voglio pi sentirne parlare".
Eppure se egli avesse voluto sentirne parlare, non sarebbe passato per Waterloo, e l'Inghilterra forse non esisterebbe pi, perch l'invenzione di quell'americano valeva mille volte pi di tutti i cannoni del conquistatore corso.
Nella stessa Francia, imperando pure Napoleone, la medesima accademia di Parigi copr di scherno il Marchese Jouffroy che fin dal 1783, cio prima del Fulton, aveva fatto muovere un battello a vapore sulla Saona. Il povero Jouffroy vide schierasi contro di lui anche i suoi parenti! N miglior fortuna ebbe in Francia il Ficht, altro precursore della navigazione a vapore, che fin, per la disperazione, col precipitarsi da una rupe nel fiume Delaware.
Pi tardi il fisico Babinet in seno alla sullodata accademia disse che il cavo sottomarino era un'utopia, perch le correnti ne avrebbero fatto giustizia sommaria; e parecchi anni dopo defin un'invenzione dell'Edison: "Illusione acustica". Nello stesso tempo Adolfo Thiers, l'assassino della Comune, dichiarava alla Camera francese che le strade ferrate erano una grande utopia.
Non parliamo dell'aeroplano. Quello l fino a pochi anni or sono era relegato tra le fantasmagorie delle "Mille e una notte", tantoch il ministero francese della guerra, non credendo possibile l'aviazione, dava facolt a Clemente Ader, tuttora vivente, di vendere il suo apparecchio a qualche nazione straniera.
Finanche l'illuminazione a gas al suo inizio fu bersaglio delle satire di Carlo Nodier, e il Le Bon che l'invent venne assassinato ai Campi Elisi.
Riccardo Arkwright, Giovanni Watt, Giorgio Stephenson e cento altri inventori, che hanno formato la gloria e la grandezza della Granbretagna, furono da principio derisi e poi assaliti e perseguitati anche dagli stessi operai. Il Franklin fu schernito quando scopr l'identit del fulmine coll'elettricit; e nella superiore e progredita Inghilterra l'opuscolo col quale l'Harvey annunziava la scoperta della circolazione del sangue, fu dichiarato prodotto d'un impostore o d'un pazzo. Il Jenner pass per tutte le caricature e le derisioni possibili e immaginabili. In Francia il Par, precursore della chirurgia moderna, fu disprezzato e trattato come un maniscalco dagli stessi suoi colleghi, e lo Jaquard, l'inventore del famoso telaio, fu ritenuto un vagabondo sognatore di assurde invenzioni. In Italia, Leonardo da Vinci, il genio dei precursori, non fu compreso neppure dallo stesso Michelangelo, e appena oggi si comincia a conoscere che portentoso inventore e scopritore egli fosse. Cristoforo Colombo, ognuno lo sa, fu trattato da visionario e Guglielmo Marconi dovette emigrare per trovar modo di farsi valere. Utopie erano la cupola del Brunelleschi e il traforo del Cenisio; utopia era per Carlo Gozzi perfino il teatro goldoniano. Il cammino della scienza e dell'arte  stato sempre intralciato dai gnomi, che ad ogni passo vanno gridando: Utopia! Follia! Delitto! I capolavori del genio sono stati accolti a fischi e i novatori a legnate, o per lo meno a sputi. Non per nulla Arrigo Boito, rivolto alla canaglia che lo fischiava, esclam: Che onore che mi fanno!
Nel campo politico e filosofico  ancor peggio: l si rischia d'essere torturati, di morire in galera o di lasciarci la pelle, perch c'entrano di mezzo la digestione e la buona salute dei dominatori. Nel 1855 fu publicato a Napoli il "Trattato di diritto penale" di Pellegrino Rossi, tradotto da Enrico Pessina; e poich l'opera era piena di idee costituzionali e di tolleranza religiosa, il governo borbonico ne permise la stampa, a condizione per che fosse infarcita d'annotazioni editoriali confutanti le teorie del Rossi. In tal modo vi si possano leggere note di questo genere:
La libert politica non solo non promuove, ma impedisce il progresso della civilt umana e distrugge quello che la stessa civilt nelle epoche anteriori ha costruito. Questa verit non ha bisogno di dimostrazione per chi comprende che libert e distruzione dell'ordine sono una sola e medesima cosa.......
"Il fare che un paese di governo assoluto si cangi in libero  una enormit che non potrebbe trovar perdono in terra; ma non si pu dir lo stesso di colui che cerca ricondurre ad un sistema di ordine il proprio paese quando  travagliato da quel flagello delle istituzioni anarchiche che parecchi illusi sogliono chiamar libere e popolari e che sono la ruina dei popoli il fomite di ogni eccesso la negazione di ogni legge......
"Noi non sappiamo se possa darsi al mondo maggiore stoltezza. Per coloro che nel fondo della loro coscienza traviando s'allontanano dalle vie del Signore e della fede cattolica, debbono le anime pie pregare Dio che gl'illumini, e cercare con la loro parola distoglierli dal peccato. Ma per coloro i quali osano professare apertamente un culto diverso da quello che Santa Chiesa prescrive egli  duopo per la salute di tutte le altre anime che si estirpi col ferro e col fuoco ogni seme di empiet!....
"Che cosa sono le libert pubbliche se non pubbliche calamit peggiori delle piaghe di Egitto? Lo spirito dell'uomo per opera dell'ordine vien sottratto alla schiavit delle passioni"....
E cosi via di seguito.
Senonch cinque anni dopo a furia di popolo l'enormit diventava realt, la stoltezza appariva saviezza, le pubbliche calamit si trasformavano in pubbliche istituzioni, e i Borboni con tutti i loro annessi e connessi scomparivano per sempre sotto i colpi delle camice rosse.
Cos  stato, o compagni, cos  e cos sar per tutti i dominatori, gli oppressori, i carnefici d'ogni tempo e d'ogni luogo. Essi rappresentano l'ordine, il progresso, la civilt, la verit, il benestare, ecc.; mentre le idee nuove altro non sono che istituzioni anarchiche (nel senso borghese tradizionale e bestiale della parola), fomite d'ogni eccesso, negazione del bello e del buono, stoltezza, follia, schiavit delle passioni; e chi pi ne ha pi ne metta.
I passati governi definivano e trattavano i cosiddetti liberali d'allora, i costituzionali, i patriotti, n pi n meno come oggi costoro definiscono e trattano noi anarchici. Giuseppe Garibaldi era un brigante, un filibustiere, e a tutti gli altri si appiccicavano i graziosi epiteti di delinquenti, malfattori, empii, parricidi, canaglie, pazzi, selvaggi. E poi ceppi, manette, torture, piombo e forche.
Frugate un po' nella Bibblioteca Nazionale di Parigi, come feci io trent'anni or sono, e troverete la stessa cosa. Poco prima che la Bastiglia cadesse, che le teste del re e di tant'altri ruzzolassero nel paniere insanguinato della ghigliottina, e che la grande rivoluzione spiegasse il suo volo vittorioso sul vecchio mondo, i sostenitori dell'ancien rgime, i satelliti del trono e dell'altare, i parassiti della stola o della corona, i servi del privilegio, i tenebroni, i gaudenti pensavano, parlavano e scrivevano n pi n meno come l'editore del Trattato di diritto penale di Pellegrino Rossi, portavoce del governo borbonico. Per essi le idee nuove erano sogni, follie, delirii, pervertimenti, malvagit, che sarebbero finiti nel ridicolo e nel manicomio; ma pi probabilmente nelle regie galere e sulle non meno regie forche. E quasich la terribile lezione sopravvenuta non fosse bastata a disingannarli e correggerli, dopo il ritorno di Luigi 13 credettero che tutto fosse finito a Waterloo; tantoch un reverendo storico di corte, scrivendo la storia di Francia, salt di pi pari la rivoluzione dell'89 come se questa non fosse mai avvenuta. Costui aveva dimenticato perfino la morte non certo naturale di Luigi XVI e di Maria Antonietta! E dire che pochi anni appresso anche loro dovevan fuggire inseguiti dal popolo in armi, per non pi contaminare il suolo della Francia.
Oggi sembra che la storia non abbia insegnato nulla all'infrollita, alla corrotta, alla bestialissima borghesia, la quale nella stessa guisa vuol saltare di pi pari gli ultimi avvenimenti per tornare senz'altro allo statu quo ante, colla pura e semplice somministrazione di qualche panacea. Ci, del resto,  avvenuto in ogni tempo.
Al principio del mille, scrive uno storico francese "il vescovo Adalbron, in un poema latino rivolto al re Roberto, non riconosceva che due classi nella societ: i chierici che pregano e i nobili che combattono, sotto i quali, molto lontano, stanno i servi e i villici che lavorano, ma che non contano nello stato. Questi uomini, di cui il vescovo Adalbron non teneva conto, intanto l'atterrivano, perch egli presentiva gi con dolore una rivoluzione vicina. "I costumi cambiano, grida il prelato, l'ordine sociale  scosso!" Quest' il grido di tutti i privilegiati del secolo ad ogni richiamo che viene dal basso". Pi tardi Guibert de Nogent scriveva: "Comune  un nome nuovo, e detestabile, ed ecco che cosa s'intende con questa parola: gli uomini soggetti alla taglia non pagano pi che una volta l'anno il censo dovuto, o se commettono qualche delitto se la cavano con una pena legalmente stabilita". La sostituzione della legalit comunale all'arbitrio feudale, per lo scrittore sunnominato diventava cosa detestabile, appunto perch nuova e perch poneva un freno alla violenza o alla ferocia dei signorotti".
Il sommo poeta persiano Firdusi nel Libro dei Re mise in berlina le idee nuove dei Manichei, e i proprietarii inglesi al tempo della ribellione dei contadini chiamavano matto Giovanni Ball, nelle cui prediche "l'Inghilterra ascolt per la prima volta la condanna dei feudalismo e la dichiarazione dei dritti dell'uomo". In Italia fino a pochi anni or sono Cesare Lombroso e Napoleone Colaianni distribuivano scientificamente certificati di criminalit, di degenerazione e di follia a tutti i ribelli e i novatori. Quest'ultimo, polemizzando con Saverio Merlino sopra un giornalucolo socialista palermitano, vilipese Vittorio Pini, gi condannato ai lavori forzati, e sul giornale L'Isola gratific me, povero gregario, del titolo di pazzo, compiangendomi, per la mia misera fine, due giorni dopo ch'ero stato arrestato. Nei Latini e Anglo Sassoni lo stesso profeta calcificato, che non ne indovina mai una, defin il Tolstoi "artista geniale, sommo unico quasi", e oggi, che il titano russo viene incoronato dall'aurora sociale nascente, per miracolo non lo trascina nel fango, come avversario del "regime rappresentativo vigente nelle democrazie europee", e come capostipite dei bolsceviki, coi quali il sommo anarchico mistico non ha nulla di comune. Tanto pu l'aberrazione di parte!
Che cosa non  stata utopia, follia, o delitto nel fatale divenire dello cose e nell'umano progresso? La boria e la malafede dei dominatori, il misoneismo e l'ignoranza dei dominati sono antichi quanto l'uomo, tanto fra i popoli quanto fra le varie classi sociali. Il selvaggio del Pacifico che crede la sua isola centro e parte principale del mondo, somiglia al mandarino cinese, per il quale la Cina  il nocciolo della terra, oltre cui non c' che un sottile guscio barbarico e trascurabile. Il beduino caldeo, che esce dai deserti d'Arabia, s'insedia a Babilonia e invoca Merodach come padre e protettore, pu fare il paio col nobile francese dell'Orifiamma, il quale commette il raffazzonamento del proprio albero genealogico ad uno scriba e fa risalire la sua origine costantemente al patriarca Adamo. Per costoro anche le loro corna e la loro cotenna asinina si perdono nella notte dei tempi e dureranno eterni quanto l'universo; senonch d'eterno non c' nulla, neppure il sole, che di continuo si trasforma e presto o tardi perir. Tout passe, tout lasse, tout casse,  la legge ineluttabile della vita, e non c' boria, o forza, o malafede che tenga.
Volgete lo sguardo intorno, o lavoratori: sui vostri monti, nelle vostre citt spesso rimirate compresi di stupore gli avanzi cosiddetti ciclopici, o saraceni come voi erroneamente li chiamate. L fra quelle mura, che sembrano opere di giganti, visse una stirpe che domin tutto il bacino mediterraneo, fondandovi imperi potenti e civilt millenarie. Sulla spiaggia di Castelvetrano il viandante sbalordito si trova di fronte a una distesa di melanconiche e affascinanti rovine, le pi grandiose che vanti la terra. Sono le rovine di Selinunte nel cui ricinto, come pure a Siracusa, ad Agrigento, a Segesta, a Imera si agit un popolo meraviglioso, creatore sovrano di scienza, d'arte, di civilt. Ebbene, chi avesse detto a quei Pelasgi, a quegli Elleni che genti pi forti e gloriose avrebbero preso il loro posto, sarebbe stato trattato da pazzo o da nemico degli dei. Eppure oggi le capre brucano in mezzo agli abbattuti delubri pelasgici, le serpi strisciano fra i rottami del tempio di Giove Olimpico, e nelle tue acque, o divina Aretusa, la lavandaia sciaguatta i panni villani. Al posto d'Imera non trovate pi che un pianoro bruciato dal sole e una spiaggia pestilenziale, la vittoria alata abbandon Siracusa, i numi dell'Olimpo scomparvero, fin la gloria di Taormina, Stesicoro non canta pi.
In un luogo qualche mosaico vi ricorda la grandezza dei Saraceni, in un altro un maniero incantato vi richiama alla mente lo splendore normanno o la nobile passione degli Svevi.
La loro scomparsa vaticinata da un profeta all'emiro kelbita Hasan, a Ruggero d'Altavilla, a Federigo d'Hoenstaufen avrebbe provocato risate omeriche e calci nel sedere. Ma ora l'Islm pi non trionfa e la civilt saracena  caduta; le armate di Giorgio Antiocheno e di Margarito sono scomparse dai mari; le caminate del castello di Lucera e del maniero di Palermo non risuonano pi del canto dei trovatori.
Il gufo pone il suo nido anche nel Partenone, i corvi svolazzano sul Colosseo, muta  l'Alhambra, e al posto della Bastiglia sorge una colonna dedicata alla libert. Adesso  venuta la volta di Pietro il Grande e del vincitore di Rossbach, che non dominano pi Pietrogrado e Berlino dall'alto delle loro statue equestri. Cos fra non molto nei fortilizii e nelle caserme borghesi canteranno l'upupa e l'assiuolo; al teatro Massimo, al San Carlo e alla Scala i villani balleranno la Carmagnola sociale, e sulle ossa dei pubblicani e dei farisei i vincitori celebreranno le feste della vita e dell'amore.
Lo scrittore arabo Al Qazvini in una bellissima leggenda cos ritrae le vicende geologiche della terra:
Khidhr raccontava: Io passai un giorno, da una citt piena di popolo e di edifizi e interrogai uno de' suoi abitanti intorno al tempo in cui essa era stata edificata. Disse: N noi n i nostri padri conosciamo il tempo della fondazione di questa antica citt. - Vi passai dopo cinquecent'anni, ed ecco ch'io non vidi l alcuna traccia di quella citt. Vidi l un uomo che affastellava del fieno, e lo dimandai del tempo in cui quella citt era stata distrutta. Ma egli disse: Questa terra non ha mai cessato di essere quale ora . - Io dissi: Ma qui stava pure una citt. - Disse: Noi non abbiam veduto qui una citt n abbiamo udito parlarne dai padri nostri. - Vi passai ancora dopo cinquecent'anni, e trovai quella terra divenuta un mare. L sopra m'imbattei in una brigata di pescatori e li dimandai del tempo in cui quella terra era diventata un mare. Ma essi dissero: Pu forse, un tuo pari, far di queste domande? Questa terra non cess mai di essere quale  ora. - E io dissi: Eppure, prima di quel che ora , era un continente! - E quelli dissero: Noi non l'abbiam mai veduto n abbiamo udito mai parlarne dai padri nostri. - Vi passai ancora dopo cinquecent'anni, ed ecco che l s'era formato un continente. M'incontrai in un tale che stava l tutto solo, e gli dissi: Quando mai questa regione s' fatta continente? - Rispose: Essa non ha mai cessato di esser tale. - Io soggiunsi; Era un mare prima di cos. - Ma egli disse: Noi non abbiam mai veduto quel mare n abbiam mai udito parlarne prima d'ora. - Vi passai ancora dopo cinquecent'anni e trovai quella regione divenuta una citt piena di gente e di edifizi e pi bella di quella che io aveva veduta la prima volta. Domandai ad uno de' suoi abitanti: E quando fu fondata questa citt? - Rispose:  una fondazione antica. N noi n i padri nostri conosciamo il tempo in cui questa citt fu edificata.
Le vicende sociali sono uguali alle vicende geologiche, essendoch nulla rimonta alla origine delle cose e nulla durer in eterno, molto meno l'oscena trippa borghese. Tutto nasce e muore in un tempo maggiore o minore, e chi vuole escluderne l'autorit dei gaudenti, la propriet privata, le caserme, le banche, le sagrestie, i bordelli, alla stregua della scienza non  che un imbecille in buona fede o una canaglia in mala fede, Napoleone Colaianni compreso. Durante la terribile reazione autocratica che infier in Russia nel 1905, Enrico Corradini esaltava entusiasticamente la "magnifica resistenza" degl'impiccatori russi e inveiva contro la vilt della monarchia borbonica di Francia che cedette al primo urto. Innanzitutto quel bestione nazionalista ignorava che il Taine n Les Origines de la France contemporaine aveva enumerato quattrocento e pi rivolte parziali che precedettero l'89 o che furono tutte soffocato nel sangue.
La Gentile Madama di Svign andava in visibilio per le repressioni spietate fin dal tempo di Luigi XIV e incoraggiava il macello dei villani. Ma che cosa ne pensa oggi della fine dall'autocrazia russa il sudiciume imperialista del Marzocco? Che peccato non essersi trovato anche lui in quel bailamme! Avremmo avuto una carogna di meno.
Archibald Forbes nelle Memorie di guerra e Pace ci fa sapere che "la raccolta di preghiere per qualsiasi situazione di guerra, fornita a ogni soldato tedesco nella guerra del 1870, non conteneva una Preghiera sulla sconfitta. Il vocabolo sconfitta era scancellato dal dizionario tedesco". Il generale americano Sheridan nella stessa occasione proclamava l'invincibilit del soldato prussiano e aggiungeva d'aver perduto tutte le illusioni della sua giovinezza circa i soldati di Napoleone il grande. Guglielmone pi tardi nella sua grottesca spavalderia gridava ai quattro venti che "il tedesco non ha mai combattuto meglio che quando ha dovuto difendersi da ogni parte", e sfidava il mondo. Eppure  venuta la sconfitta,  finita l'invincibilit, l'impero spaventoso  distrutto e Spartano coi suoi gladiatori fra breve conquister la Germania.
Lo stesso generale Sheridan, l'eroe della "cavalcata di Winchester" nella guerra di Secessione, cantato dal calascione fesso di Gabriele D'Annunzio, mise fuori quest'insegnamento bellico, di cui a torto si attribuisce la priorit ai tedeschi:
"L'essenziale della strategia  questo: cominciar a picchiare il pi sodo che si pu sulle truppe avversarie, poi far tanto danno agli abitanti del paese nemico da costringerli a far pressione sul proprio governo per ottenerla. Alle popolazioni del paese invaso non si deve lasciar null'altro che gli occhi per piangere".
Chi lo avrebbe mai detto che il massimo flagellatore di quella selvaggia strategia, il Wilson, doveva venire dal paese che la vide nascere?
Nulla pi di questo fatto vale a provare che in ogni paese l'utopia d'oggi  la realt di domani.
Del resto si conoscono bene le millanterie di forza, d'invincibilit, d'eternit delle classi dominanti: ne son pieni i luoghi comuni, e fra non guari i luoghi comodi accoglieranno le inviolabili istituzioni borghesi. Leone Caetani, nel narrare le millenarie e orrende mischie dell'Asia anteriore, notava: "L'eterno dissidio tra il partito conservatore e quello popolare  sempre terminato in ogni paese e in ogni tempo con la vittoria dei popolari, i quali subentrano, con nuove idee, nel posto dei conservatori scomparsi, finch alla lor volta divenuti nobili e conservatori anch'essi, ma decaduti e senescenti, sono spazzati via da nuove onde popolari pi giovani e vigorose".
Si conoscono pur bene i loro argomenti contro il manifestarsi d'idee nuove: sono perpetui luoghi comuni fra i luoghi comuni, triti e ritriti, cantati e ricantati in tuono pappagallesco da tutti i maiali decaduti e senescenti. Essi per ragione di propaganda meritavano forse di essere confutati e discussi a lungo venti o trent'anni or sono; ma oggi che l'ultima ratio  riservata alle mitragliatrici e alle bombe a mano, basta solo accennarne qualcuno, non fosse altro per dare un indice della sudicia e goffa mentalit borghese.
- Ah s, avvertono gl'impostori e i gaudenti, voi non conchiuderete nulla, anche se riusciste nell'intento di provocare la rivoluzione sociale! L'uomo  stato sempre lo stesso e sempre lo stesso sar: una bestia feroce che ha bisogno del domatore. -
Ammesso pure che cos fosse, non e detto per che i domatori debbano essere sempre i medesimi e che le mangiatoie debbano servire per una sola specie d'animali. E poi, bestie per bestie, molto meglio i leoni e i leopardi, meglio i tori vigorosi e i corsieri indomati e non mai i pescicani divoratori del mondo, le iene che frugano tra milioni di cadaveri e gli schifosissimi avvoltoi che si pascono di carogne. Una volta per uno, va detto anche per le bestie.
- Guardate che cosa sta succedendo in Russia, strillano gli amorosissimi sciacalli borghesi: confusione, fame, pesti, lotte fratricide, eccidii! -
E che forse nelle rivoluzioni della borghesia non hanno combattuto fratelli contro fratelli, cio francesi contro francesi, inglesi contro inglesi, americani contro americani, italiani contro italiani? Santorre Santarosa, il patriotta ideale, nel suo proclama del 23 marzo 1821 previde il caso che "armi piemontesi ai schierassero contro armi piemontesi, e che petti di fratelli s'incontrassero con petti di fratelli": ma non indietreggi davanti a quel pericolo e tir avanti. (Giuseppe Garibaldi vers molto pi sangue italiano di quanto ne vers Radeztki, e tutti gli eroi dell'indipendenza italica nuotarono nel sangue fraterno per quasi un secolo. Nella rivoluzione dell'89 la confusione, il terrore, le stragi durarono assai pi a lungo che non dureranno nella rivoluzione sociale russa, e il sangue sparso da questa  ben poca cosa al paragone dell'immensa fiumana di sangue con cui l'autocrazia allag la Russia in soli cinquantanni di guerre, di progroms o di persecuzioni.
- I salti in natura non esistono. Il progresso si effettua lentamente, per via d'evoluzione, continuano a sentenziare i lazzaroni borghesi. -
Quest' proprio l'Achille dei loro argomenti, e appunto per aver la pretesa d'essere inespugnabile, riesce il pi cretino e il pi ridicolo di tutti. Scrive il Guyau: " una legge sociologica che quanto pi noi procediamo, tanto pi la vita sociale diviene intensa e la sua evoluzione pi rapida. Or la rapidit di ogni evoluzione porta seco anche quella della dissoluzione: ci che oggi  nella pienezza della vita, sar presto in decadenza. Ai nostri giorni non si pu pi contare per secoli; venti, dieci anni sono gi il grande mortalis aevi spatium". Vorremmo dunque sapere a conti fatti quanto deve durare quest'evoluzione dell'idea sociale, che rimonta in Europa almeno a venti secoli addietro. Vorremmo sapere perch tale pratica francescana dell'evoluzione pacifica e del passo di tartaruga non fu attuata nella formazione dell'unit italiana e nella rivoluzione francese e in mille altre rivoluzioni politiche. Forse perch esse non turbavano la suina digestione borghese; infatti tutti i carnefici per continuare tranquillamente nella loro opera impiccatoria, invocano ad ogni passo il timore di Dio, l'ubbidienza, la rassegnazione, annunziando sempre nuove leggi e nuove riforme al nodo scorsoio, affinch l'impiccato muoia senza sentir dolore.
- Il dolore  il rettaggio della vita, conchiudono amaramente, i filosofi buddhisti della borghesia. In questa valle di lacrime ci dev'essere per necessit di cose chi gode e chi patisce: oggi ride uno, che domani pianger. I patimenti e le avversit sono nella natura delle cose, talmentech il paradiso terrestre da voi sognato, pieno d'angeli in carne e ossa, con fontane inesauribili di miele e giulebbe, tutt'al pi pu stare come concezione biblica. -
No, o messeri, nessun seguace delle idee nuove ha sognato mai il paradiso terrestre, la perfezione assoluta dell'uomo, la monacazione francescana delle forze naturali, e molto meno gli anarchici. Il dolore  il retaggio della vita,  pur vero. Esso impera sui ghiacci del polo e nelle sabbie infocate del deserto, in mezzo ai giardini delle Esperidi e fra l'Eldorado del nuovo mondo. Esso accompagna ogni creatura dalla nascita alla morte o domina sovrano l'esistenza. Esso si annida in ogni fibra del cuore e in ogni cellula del cervello, disfiora l'amore e fa apparire orrido l'eterno riposo. Ma se ognuno si rassegna a sopportare il dolore che  nella natura stessa delle cose, nessuno vuol patire il dolore superfluo, prodotto dall'artificio e dalla malvagit del prossimo. La morte  fatale o naturale; non  per naturale ch'io debba morire sbranato dal cannone per volont d'un brigante, e non  inevitabile ch'io finisca innanzi tempo sol perch non ho quattrini per pagare il medico, il chirurgo, il vivandiere, il farmacista. Le infermit nascono con ogni essere animato e non possono bandirsi dalla terra; ma non  detto ch'io debba ammalarmi per eccesso di fatica, per insufficiente e malsana alimentazione, per l'infezione del tugurio o della palude in cui sono condannato a dormire e a lavorare.  naturale che la siccit distrugga le messi e che un turbine devasti una vigna o un uliveto; ma non  affatto naturale che una guerra devastatrice disperda i frutti del lavoro di secoli, che gli alimenti marciscano nei depositi d'un monopolista, che un prodotto della terra manchi in un posto mentre in un altro va a male per difetto di compratori o di mezzi di trasporto. A pochi chilometri dal luogo in cui scrivo vidi mesi addietro una catasta di legna che sarebbe bastata a fornir combustibile a tutta la popolazione di Palermo durante la terribile epidemia dell'autunno scorso. Ebbene, quell'immensa fonte di calore benefico, che sarebbe stata la salvezza di molti infelici, imputridisce l da due anni, e in questo momento il terreno dei nostri agrumeti biancheggia di limoni fradici, che nessuno compra perch non sa come trasportarli. Tempo addietro osservai in Toscana una sorgente d'acqua minerale, delle pi rinomate d'Italia, che si perdeva nelle fogne. Ne chiesi il perch e mi risposero: "Il proprietario la vende a una lira la bottiglia, e quella che non pu vendere, per non farne godere gratuitamente il pubblico, la immette nelle chiaviche, donde si getta nell'Arno".
Quanti poveri ammalati non possono alleviare i loro dolori, per la semplicissima ragione che tutte le acque minerali si vendono a tanto il litro?
Il terremoto che l per l getta sul lastrico intere popolazioni  un fatto naturale; ma  naturale che migliaia e migliaia di casine e di palazzi debbano restar vuote per anni e anni, mentre c' chi non ha casa, chi dorme in un tugurio, chi si avvoltola nel sudiciume d'una capanna? Il manicomio e l'ospedale sono e saranno sempre necessarii; ma quante galere, quante caserme e quanti postriboli sono egualmente necessari?
Il gaudente che ha un callo al piede o un'indigestione di pasticcini prelibati, disteso sopra un letto di piume, circondato di dame e di cameriere, di medici e di servitori,  subito coperto d'impiastri e rimpinzato di cordiali o di lattovari. Il diseredato della vita invece, sia pure alle prese con cento specie di bacilli, deve affidare la sua cura al destino e accrescere col suo dolore i patimenti della sventurata famigliuola, se ne ha.
 stato ripetuto a saziet che la morte livella tutti, che la morte non distingue porte, ecc. Che atroce menzogna! La morte pel privilegiato viene vestita d'oro e d'orpelli con musiche, con bandiere abbrunate, con discorsi altisonanti, con sepolcri fastosi, con monumenti bugiardi, laddove per la plebe si presenta nuda e lercia in tutto il suo orrore. Lo sfruttatore colla morte lega ai suoi figli il godimento dell'oro rubato: i figli del proletario non ereditano che la sua croce e i suoi spasimi.
Bisogna dunque integrare la massima buddhista colla sua seconda parte:
Il dolore  il retaggio della vita:
Tutti gli uomini sono uguali in faccia al dolore.
Se c' da patire, dobbiamo patir tutti; se c' da godere, dobbiamo goder tutti. La famosa "valle di lacrime" non deve servire ad alcuni per nuotare nell'orgia o nell'oro e ad altri per desiderare il pane e l'amore. La scienza colle sue meraviglie, l'arte colle sue bellezze, la terra colla sua fecondit, l'industria dell'uomo colla sua potenza, saranno patrimonio comune per alleviare i comuni dolori e per accrescere le gioie comuni. Il paradiso terrestre releghiamolo pure fra le leggende bibliche, come il paese della cuccagna va relegato tra le novelle del Boccacci. La vita  un passaggio, un sogno, un'illusione, e lo cant divinamente bene il poeta spagnuolo:
....Pues estamos
En mundo tan singular,
Que el vivir solo es soar,
Y la experiencia me ensea
Que el hombre que vive suea
Lo que es, hasta despertar...
 Que es la vida? Un frenes:
Que es la vida? Una illusion,
Una sombra, una ficcion,
Y el major bien es pequeo;
Che toda la vida es sueo
Y los sueos, sueos son
...
.
...
Ma se ha da essere un'illusione, che sia almeno un'illusione naturale, non mai una truce visione artificiale di martirii e di stragi, d'inganni e di sozzure, di procurate angosce e di miserie imposte. Che sia un'illusione in cui accanto al Trionfo della morte del camposanto di Pisa splenda la divina bellezza della Gioconda di Leonardo; in cui il tremuoto trovi un contrapposto nella mano dell'uomo che ricostruisce: in cui sulle infermit la scienza stenda il suo manto benefico e confortatore. Sia pure la lotta per l'esistenza; non per contro il proprio simile, bens contro i mali che ci circondano.
Non si ripeta pi la prescrizione del Li-Ki cinese, comune a tutti i privilegiati:
Della morte dell'Imperatore si dice:"La roccia  precipitata a valle": della morte di un feudatario si dice: "Ne resta il rombo"; della morte d'un alto dignitario si dice: " arrivato al termine", della morte d'Ufficiale subalterno si dice: "Non riceve pi emolumento"; della morte d'uno del popolo si dice: "S' disciolto, esaurito".
La morte ha da "discioglier" tutti in egual modo, non lasciando altro rombo che quello dello proprie opere.
Il turbine, che spazzer l'edificio borghese, s' scatenato gi, o proletari: esso s'avanza come il simm e nulla gli resister. L'Utopia anarchica di Mario Rapisardi sta per diventare realt:
Non pi Dei, non pi re, ferree chimere
Artigliatrici dell'uman, cervello.
Che d'ombre inebriato hanno il pensiere,
E fatto della terra il cielo avello,
Colpa la verit, scherno il sapere,
Croce l'onor, la libert flagello,
Il genio e la virt pena infinita,
Merito la vilt, strazio la vita!
Servi non pi, non pi signori! Eguali
Tutti! Qual sole che consola il mondo,
Giustizia e Libert sopra i mortali
Verseranno un fulgore ampio e giocondo;
E sradicando le miserie e i mali,
Di cui solo finora  il suol fecondo,
Germogliare faranno e al ciel vicino
Sorgere della Pace il fior divino.
Patrie non pi! Non pi biechi e selvaggi
Termini a cui l'umana onda si spezza,
Per cui depone Amore i dolci raggi,
E stolta Vanit gli odi accarezza;
Per cui l'Odio  virt, studio gli oltraggi,
L'omicidia furor nobile ebbrezza,
Arte sublime e glorioso vanto
Spremer di sangue un fiume, un mar di pianto!
Ma una patria, una legge, un popol solo,
Che nell'opre del braccio e del pensiero
Sempre pi sorga a luminoso volo
E incalzi sempre pi l'arduo mistero:
Una patria, a cui sia limite il polo,
Una famiglia a cui sia fede il Vero,
Un amor, che confonda entro s stesso
Gli esseri tutti in un fraterno amplesso!
Di rei computi padre e di sospetti
Non pi costringa i cori avido Imene,
Perch preda al fastidio indi li getti
Di pregiudizi carchi e di catene:
Indi covata in trafficati letti
Un'egra stirpe tralignando viene,
che smaniosa del suo ferreo dritto
dal tedio e dall'error giunge al delitto.
Spieghi libero Amor l'ale fiammanti
E ravvivi la terra al par del sole,
S che dal bacio di due cuori amanti
Rigogliosa e gentil sorga la prole.
O forte Amor, co' tuoi moniti santi
Suscita la civil torpida mole;
Abbia dal regno tuo vario e fecondo
novella vita ed equa legge il mondo!
Non pi colpe e delitti; orrido gregge,
Che dell'error le ortiche ispide bruca,
Cui non torvo rigor frena e corregge
Fra ceppi infami in sotterraneo buca,
Ma paurosa iniquit di legge,
Ma fame orrenda a fatti orrendi educa
Finch largo d'oneste opre e di pane
Non redima l'Amor l'anime umane!
Come un sogno d'amante e di poeta
Allor sorrider l'ampia Natura,
La terra allor sar fertile e lieta
Libera qual pensier, qual foco pura,
Madre che tutti nutre e tutti allieta,
Che l'opra alla merc libra e misura,
Provvida madre che i sudati frutti
porge benigna ed ugualmente a tutti
...
.
...
Ma ricordatevi, o lavoratori, che la rivoluzione sociale dovr essere essenzialmente anarchica: qualsiasi altro intruglio socialdemocratico, o social repubblicano, o marxista autoritario, o bolscevico dittatoriale non sar che transitorio. Il pensiero, la scienza e la storia conducono fatalmente all'anarchia, senza la quale bisogner tornare da capo col sangue, colle devastazioni, colle stragi.
Una volta, nel periodo delle persecuzioni cieche e violente, non c'era vilipendio, non c'era falsit, non c'era calunnia a cui la borghesia non ricorresse per renderci spregevoli, ridicoli, odiosi agli occhi di tutti.
Anarchia ora sinonimo di delinquenza selvaggia, di delirio sanguinario, di brutale malvagit, di fanatismo stolto, e anarchico significava brigante, ladro, assassino, pazzo morale isterico, epilettico pi o meno ignorante, pi o meno grottesco, pi o meno scellerato.
La maggior parte, anzi tutti i nostri persecutori, nemici e avversarii tranne qualche rara eccezione, non si pigliavano nemmeno la briga di conoscere le teorie anarchiche, neppur superficialmente; n si curavano in alcun modo di sapere chi fossimo e che cosa volessimo.
Parlavano, insomma, di noi e delle cose nostre nella stessa guisa, nello stesso tono e colla stessa supina ignoranza con cui parecchi secoli or sono le donnicciuole e i buzzurri favellavano di turchi e di Turchia, di Cina e di cinesi, di streghe e di versiere, di lupi manari e di draghi.
Questo, per altro,  un fatto che si ripeto sempre al sorgere di ogni nuovo sistema religioso, politico, sociale o scientifico che porti seco un principio qualsiasi d'innovazione tra i ruderi e il marciume del passato.
Le medesime fandonie, storielle, denigrazioni, calunnie, maledizioni, hanno salutato il sorgere del Buddhismo e del Cristianesismo, dell'Islamismo e della Riforma, della filosofia socratica e dell'epicureismo, dell'Enciclopedia e della teoria darwiniana, della rivoluzione francese e delle guerre d'indipendenza, del socialismo e dell'anarchia, dell'Internazionale e della Comune di Parigi.
Leggete ci che i brahmani, i confuciani, gli adoratori di Giove, i custodi della Kaaba, i corvi della corte papale latravano e gracchiavano contro Buddha e i buddhisti, Cristo e i cristiani, Maometto e i maomettani, Lutero e i luterani; leggete quel che i sostenitori del passato e i gufi delle tenebre vomitavano contro le nuove idee e i loro seguaci, e v'accorgerete che tutti hanno suppergi lo stesso frasario con invettive, declamazioni, insulsaggini, ammonimenti, invocazioni, scongiuri, che si somigliano come tante gocciole d'acqua. Tutti parlano in nome del cielo, della morale, del sacro suolo della patria, della santit della famiglia e delle ombre degli avi, della civilt, della libert, della giustizia.
E anche oggi a distanza di centinaia e migliaia d'anni, si ripetono punto per punto come l'eco.
Finito il tempo delle persecuzioni per la mirabile forza di resistenza nostra e per l'eroismo dei migliori, l'idea anarchica non solo  stata ammessa alle aperte manifestazioni della vita ma grazie al valore e al genio dei nostri scrittori, scienziati, oratori e propagandisti,  entrata a bandiere spiegate nel dominio della scienza, studiata e discussa come qualsiasi altro sistema politico, sociale o filosofico. Napoleone disse che Annibale a pi delle Alpi aveva perduto met dell'esercito per conquistare il suo campo di battaglia, e noi anarchici possiamo alteramente affermare che abbiamo perduto pi d'un esercito per conquistare il nostro campo, che oramai ha per confini i confini del mondo.
Talmentech oggi non si parla pi sistematicamente di delinquenza e d'epilessia; non s'inventano pi storielle e favolette medievali la notte per ricantarle poi il giorno. Ci nondimeno restano sempre la pazzia e il disordine, o quanto meno l'utopia e la barbarie.
A sentire la malnata gena dei gaudenti e dei pagnottisti, dei servi e degli scherani, l'anarchia  una concezione barbara, che ci farebbe ripiombare nel pi tenebroso e torbido medio evo, e gli anarchici non sono altro se non dei barbari.
Barbari? Quali barbari? Non certo quelli compresi nella "barbarie della riflessione vile o insidiosa", di cui parla il Vico. I masnadieri di tal genere bisogna cercarli nella borghesia dei generali Plissier, Cooper, Sheridan, Kitchener, Caneva, Ludendorff; bisogna cercarli tra le devastazioni e le stragi di Dheli, di Lovanio e di Reims, nelle battaglie della guerra di Secessione, nelle grotte dell'Algeria, nei campi di concentramento del Transvaal, nella Piazza del Pane di Tripoli. Se invece si tratta della barbarie "eroica" della gens nova, oh! allora s, noi siamo barbari, e in questo caso tutto ci ch' barbaro  grande.
Noi siamo la nova gente, che, giovane, libera e forte d'animo, di mente, di corpo, si leva e marcia alla conquista del mondo.
Siamo i Franchi, gli Eruli, i Rugi, i Goti, i quali, s come la nuova alba li chiama, calano al pari di un'immensa irrefrenabile onda procellosa per ispazzar via la putridine del basso impero borghese.
Siamo i nuovi Saraceni, usciti fuori come il simm dai deserti afosi, per dare l'assalto all'alcove persiane e ai circhi equestri di Bisanzio.
Siamo i Vikinghi, che, rotto il cerchio dei fiordi ghiacciati, passano i mari in cerca di tempii per celebrarvi la messa delle lance.
Siamo gli Unni, I Mongoli, i Tatari che, dove corrono, del passato non lasciano pi alcun vestigio e portano i loro destini sulla punta d'una spada e sul dorso d'un cavallo.
Siamo i novelli cavalieri, schierati senza tregua in battaglia contro tutto e contro tutti.
L'irrompere d'una gente nuova e d'una nuova idea  simile allo straripare d'un gran fiume: l per l sembra che esso faccia il deserto, abbattendo e coprendo tutta quanta la vecchia vegetazione esausta, isterilita, tarlata, fradicia; ma poi al ritirarsi delle acque e al sopravvenire della primavera novella si vede una vegetazione pi fresca, pi rigogliosa, pi bella, pi forte rinascere dal limo fecondatore deposto sui campi ringiovaniti.
Senonch questa volta i barbari non verranno da plaghe lontane, non varcheranno mari e frontiere: essi sbucheranno di sotto ai nostri piedi. I deserti, le steppe, le foreste, i fiordi in cui essi si annidano oggi si chiamano tugurii, capanne, officine, campi, navi, in ogni angolo della terra, dovunque vi sono oppressi ed oppressori, gaudenti e diseredati.
Non meno di una nuova opera di barbari pi universale, pi terribile, pi implacabile ci vuole per rinnovare questa societ, che da un capo all'altro del mondo sembra l'insieme di tutte quante le bolge dantesche. Una societ in cui ogni cosa, dal cibo al vestito, dalla casa alla bottega, dal tribunale alla scuola, dall'ospedale all'officina, dalla piazza al campo, dalla scienza all'arte,  volgare, convenzionale, falsa, abietta, corrotta, deleteria. Una societ nella quale tutto, dal vivere al pensare, dal vegliare al dormire, dall'amare al parlare,  una perpetua ignobile menzogna, un succedersi ininterrotto d'infamie e d'ignominie, d'inganni e d'ipocrisie, d'iniquit e di dolori.
Un uomo con intelletto e animo veramente ribelli, uno che comprenda e senta le nuove idee di rivendicazione sociale, per quanto abbia la voglia e la volont di mostrarsi remissivo e mite, per quanto si proponga di diventare civile (sic) e conciliante, non riuscir mai ad adattarsi ad una concezione fiacca, legale, rassegnata dell'esistenza. Gli spettacoli mostruosi che di continuo si svolgono sotto i suoi occhi irresistibilmente lo spingeranno verso l'anarchismo; poich, al dire d'uno scrittore borghese non sospetto, l'anarchismo  la "unica forma eroica della scienza e della vita moderna"; esso solo d una concezione poderosamente integrale delle umane attivit e degli umani bisogni; esso solo pu offrire sana, potente e nuova ispirazione all'arte. Solo l'anarchismo  rimasto a rappresentare il divenire delle folle nella rivoluzione e colla rivoluzione, e le libere e forti manifestazioni dell'individualit umana. Il resto  armeggio di cavalieri d'industria, impostura di politicanti, ripiego d'istrioni, accomodamento di schiavi, esercitazione di bizantini, vaneggiamento di rammolliti.
Mentre tutti gli altri uomini e partiti, volgono al tramonto per confondersi coi ruderi del passato, l'idea anarchica si affaccia all'oriente, come l'aurora grandeggiante dell'inno vedico, che sembra divori il mondo nell'atto che lo illumina. E si affaccia sola come il leone.
Noi anarchici, soldati di quell'idea, non vogliamo compromessi di nessun genere, non vie traverse, non alleanze equivoche, non connubii ibridi, non aiuti di consorti, non ripieghi di cialtroni. Scendiamo in campo da soli senza contarci e senza contare i nemici, senz'altra forza che non sia la nostra.
O con noi o contro di noi.
Le eccezioni dei farabutti, dei cerretani e dei delinquenti non contano. Quale idea, quale partito non ne hanno avuto? Noi forse molto meno degli altri. Anche gli anarchici sono uomini e perci soggiacciono anch'essi agli effetti deleterii dell'ambiente in cui vivono.  anzi un miracolo di resistenza, unico nella storia e dovuto alla grandezza e alla potenza dell'idea, se, dopo infinite persecuzioni, indicibili miserie, allettamenti senza numero e interdizioni d'ogni specie, non sono caduti tutti nel fango.
Checch altri ne pensi, noi non conosciamo crisi. Possono, s, notarsi degli abbattimenti, delle degenerazioni, degl'inquinamenti; possono esservi giorni di sconforto o periodi d'apatia; pu lamentarsi qualche delirio passeggiero d'anarchismo uterino alla Rygier, d'ortodossia chiesastica, d'individualismo bisognista; ma si tratter sempre di fenomeni transitorii, perch tutto ci che sotto qualsiasi forma e nome potrebbe esser causa di cancrena e di morte, l'anarchismo presto o tardi lo rigetta. Non avendo palestre per farabutti, mangiatoie per arrivisti, baracconi per commedianti, chiesuole per preti, botteghe per merciaiuoli, non pu rimanere a lungo avvelenato da elementi tossici. Caduto un momento, si rialza pi forte e pi temuto di prima.
Noi anarchici siamo pure pazzi,  vero; ma di quei pazzi cantati dal poeta
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O Colombina della ca' de' pazzi,
Metticci un po' di sangue nelle vene
E falli tu saltar questi ragazzi,
Che sono savi pi che non conviene.
Che se non era il pazzo di Caprera
Il Borbone sarebbe ancor dov'era;
Che se non era il pazzo d'Aspromonte
Non si direbbe Italia, ma Piemonte:
I savi sanno fare il conto tondo,
Ma sono i pazzi che hanno fatto il mondo
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Noi siamo disertori alla stessa guisa dei pi grandi e onorati eroi nazionali della borghesia, che tutti, senza eccetuarne uno, da Santorre Santarosa a Giuseppe Garibaldi, dai fratelli Bandiera a Enrico Cosenz e Guglielmo Oberdan furono arcidisertori.
Noi siamo traditori sulla stampa dei martiri del risorgimento, i quali dal primo all'ultimo, da Tito Speri a Cesare Battisti, da Mario Pagano a Nazario Sauro, oggi collocati giustamente sui patrii altari, furono tutti impiccati come traditori, coll'aggravante d'avere invocato l'aiuto d'uno stato straniero.
Noi non riconosciamo che una sola autorit: la scienza; non abbiamo che una sola legge: la forza dell'idea; non miriamo che ad un solo ed unico fine: alla rivoluzione sociale, e non deporremo mai le armi finch non avremo vinto.
Il poeta di Roma imperiale chiedeva al sole che nulla potesse vedere di pi grande e di pi bello della Citt Eterna.
Alme Sol, curru nitido diem qui
Premis et celas aliusque et idem
Nasceris, possis nihil urbe Roma
Visere maius!
L'impero romano  finito,  finito per sempre, o proletarii, e noi sui suoi meravigliosi ruderi e sulle rovine degli altri imperi, che presto cadranno, chiediamo al sole che illumini un genere umano affratellato e una terra senza frontiere.
Collesano, 1 Marzo 1919
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CAPITOLO 10. IL CANTO DEI BARBARI.
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Ci chiamin pure barbari i civili
Costruttori di banchi e di caserme;
Noi non vogliamo diventar gentili
Micchi togati n rospi da terme.
Tutto quello ch' barbaro, o foresi,
 grande in faccia ai greculi borghesi;
 superbo, credete, in faccia ai santi
Del quiritario ovil: barbari, avanti!
Sui corsieri della morte,
Unni indomiti volate
A spazzare la coorte
Imperiale. Date! Date!
Vi conduca Attila diro:
Balamiro!
Balamiro!
Goti e Vandali irrompete
Come un turbo in Campidoglio;
L'erba folta ben si miete
Dentro i fori e intorno al soglio.
Gregge vile  l'inimico:
Alarico!
Genserico!
Prodi Franchi, che primieri
Oltre i termini correste,
Vanno in rotta i marci imperi,
Le francische fanno feste.
 scomparsa ogni legione:
Clodione!
Clodione!
La cancrena tutto invade
Il bisanzio Argirotosso;
Longobardi, fuor le spade
E tagliate a pi non posso.
Ferro e fuoco, sangue e vino:
Alboino!
Alboino!
Gialli Mongoli interdetti
Dai vampiri d'occidente,
Trafiggete i bianchi petti
Della stirpe gaudente.
Sorgi e varca il russo piano
Gengiskano!
Gengiskano!
O mugicky della steppa,
L'ra nuova s'avvicina;
Gli alleati di Mazeppa
Troveran la Beresina.
Conquistate i colli aprichi:
Bolscevichi!
Bolscevichi!
Il vespro da tant'anni desato
Nel turbinar dell'opre e delle lotte,
Nell'angosciosa stretta e d e notte
Sonando alfine va; compiuto  il fato.
Voloni, usciti fuor della Suburra,
Date l'assalto al truce Palatino!
Genti ch'aveste il giogo per destino,
A mietere salite l'erba azzurra.
Tuona il cannone mentre pi lesta
La mitragliera scuote la testa;
Cadon gli scettri, piega la croce:
In alto i cuori, turba feroce!
Dies irae, dies illa,
Questa volta la scintilla
Non s' spenta subito.
Dies irae, dies illa,
La baldoria sfavilla
E la ridda illumina.
Dies ira, dies illa,
Dentro un forno frigge e stilla
L'arte della cabala.
Dies ira, dies illa,
La rovina schiaccia e pilla
Aguzzini e rabule.
Affrettati a scavar, seppellitore,
Ch di gaudenti qui c' folla assai
Per dare un letto ad ogni gran signore
la vanga affondi e non si resti mai.
Trippe adusate a sguazzare in calesse,
Muscoli flosci di grassi padroni,
Facce dipinte di rifatte ostesse,
Preparando vi stiamo bei saloni.
Qui son le caminate dei castelli,
Qui son le rosse arene ed i manieri,
Qui sono le Carine e i regi ostelli,
Che attendono le dame e i cavalieri.
Qui sentirete i nuovi trovatori
Al suono della zappa e del badile;
Qui vedrete i novelli gladiatori,
Accorsi a sollazzar con nuovo stile.
Gentil matrona, frulla, saltella,
Vieni a ballare la tarantella;
Dondola, gira di qua e di l,
Cala al rinfresco: tunfete ta!
Portate terra su le pance piene,
La terra che il sudor sent colare
Della carne dannata alle catene
In nome dello scettro e dell'altare.
Gettate pietre sulla rea canaglia,
Le pietre che abbrancar l'unghie villane,
Quando strozzato fu dalla mitraglia
Il grido di chi chiese un po' di pane.
Dies irae, dies illa,
Adornate d'un' armilla
L'Aranna povera.
Dies irae, dies illa,
Attaccate questa spilla
All'amica bacchica.
Dies irae, dies illa,
Il vin forte sprizza e brilla
Come l'onda in vortice.
Dies irae, dies illa,
Il vin rosso scorre e prilla
Nelle vene rapido.
Mescete sangue col liquor di Bacco,
Sangue di ben pasciuti curali,
Perch rosseggi meglio nei boccali
L'umor che rid forza al corpo stracco.
Sangue vogliamo e sia di vena eletta,
Sangue che non pat galere e gogne;
Mill'anni di dolori e di vergogne
E un'ora, un'ora sola di vendetta!
Allegri, o zolfatari!
Ballate la fasola del piccone.
Bevete, ors, compari!
Fin il digiuno o comincia il trescone.
Allegri, o contadini!
Quest' la danza che invent la falce:
Scapitozzate i pini
E le cime interrate a pi d'un salce!
La vecchia patria, o scaldi,
Sotterrate nel fango e nel letame.
La patria dei ribaldi
Ell' caduta, la matrigna infame.
Ecco l'insegna santa
Di tutti tutti gli assassini della terra,
La divisa che ammanta
Le forche e i ceppi, e i vampiri sferra!
Ecco il rifugio caro
Alla razza servil dei pagnottisti,
Il divino riparo
Dietro il quale s'annidan preti e cristi!
Ecco la fuia immonda
Aggiogata alla biga dei potenti,
La belva furibonda
Che strugge in campo genti sopra genti!
Ecco la cortigiana,
Dei mercenari consacrata a latria,
L'inesausta fontana
Di piume e di galloni! Ecco la patria!
Patria vuol dir cantina,
Dove i furfanti appoggian l'alabarde;
Patria vuol dir sentina,
Donde gli sgherri cavan le coccarde.
Neghiamo la baldracca,
Che circonda d'allora venal camena,
Defica una lacca
Balzante seminuda sulla scena,
Indora l'istrione,
Peste dell'arte, a Pluto grida osanna,
Esalta l'arruffone
Ed in trionfo mena chi ci azzanna;
Mentre d ferro o piombo
A chi libero s'erge coll'ingegno
Ed il cencioso lombo
Stima del sole e della gioia indegno.
Neghiam la iena impura
Per la quale son gloria le rapine,
Giustizia la tortura,
Grandi imprese le stragi e le rovine.
Figli della fatica,
Date alle fiamme questa rea versiera,
Degli uomini nemica,
E gettate nel mar la sua bandiera.
Corvi, spiegate l'ali a gracchiar salmi
Sulle carogne con cui fornicaste;
Del galeon borghese sacri scalmi,
Calate gi nell'arche di Bubaste.
Finito  il tempo di cantare a gloria
E di trattarci in Cristo come cani;
Venuta anche per noi  la galloria:
Scendete qui a tallire, o ruffani.
Insepolti per restino i boia,
Che ferro ognor ci dieron, gabbie e pali;
Gli orchi, che nel dannar provaron gioia,
Servan di pasto alle iene e agli squali.
Tutto raccoglie in s la madre terra,
Cuori d'eroi ed ossa d'infingardi,
Oppressi ed oppressori in grembo serra;
Ma respinge i carnefici codardi.
Dies irae, dies illa,
 crepata la Sibilla,
Che giuntava i miseri.
Dies irae, dies illa,
Il rintocco della squilla
Langue nel silenzio.
Dies irae, dies illa,
Spunta l'alba che sigilla
I sepolcri fumidi.
Dies irae, dies illa,
Rivolgete la pupilla
All'aurora florida.
(Da le Voci di galera)
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NOTA AL CAPITOLO 5
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Questo lavoretto era gi finito di stampare quando mi cadde sott'occhio un discorso di Camillo Prampolini, pronunziato a Reggio Emilia il 18 febbraio scorso. In esso si legge:
"Toglietevi l'illusione della efficacia della violenza e del sangue. Se cos fosse il mezzogiorno, che, e nella recente vita, e nella storia,  il pi ricco di sommosse e di stragi, dovrebbe essere all'avanguardia della civilt e del progresso, ed  il contrario".
In altri termini per il bonzo idiota e beota di Reggio Emilia la superiorit e la maggiore civilt d'un popolo o d'una regione consistono nella sua pecoraggine, nella sua vigliaccheria e nella sua rassegnazione; cos come la superiorit fisiologica e demografica della Germania per quel tale scrittore tedesco consisteva nella prostituzione borghese, che non ha nulla a vedere col sano e libero amore predicato dagli anarchici.
Come ognun vede, la bestiabilit  cos grossa e goffa che, se non conoscessimo di lunga data il sunnominato pecorone, potremmo credere trattarsi d'una delle tante figure d'ironia.
Il progresso, la civilt, la libert sono figli della ribellione, e pu dirsi che trionfino unicamente ed esclusivamente colla violenza rivoluzionaria e col sangue del prossimo. I popoli che non hanno avuto l'animo e il pensiero ribelli non li conoscono, e sono rimasti sempre allo stato dei turchi, dei siamesi e dei cinesi.
Solo i popoli rivoluzionarii sono riusciti a conquistarli col ferro e col fuoco; solo essi hanno stampato un'orma profonda sulla via crucis del genere umano; solo essi hanno illuminato il mondo. Ed  appunto per questo che il mezzogiorno d'Italia si  trovato sempre all'avanguardia del progresso e della civilt; perch  stato rivoluzionario in tutto e per tutto: nell'arte e nella scienza, nella politica e nella religione.
Non rimestiamo gli annali delle civilt ellenica e saracena quando Reggio Emilia e le regioni limitrofe vegetavano nella barbarie neolitica, druidica o medievale. Se ne  gi parlato di troppo, e poi da un imbecille come il deformato Trampolino tutto pu pretendersi fuorch la pi elementare conoscenza della storia. Non  superfluo per ricordare ci che scrisse Pasquale Villari pochi anni prima di morire:
"Pi di una volta sembra che siasi addirittura dimenticato che a tempo dei Normanni e degli Svevi, l'Italia meridionale era stata la parte pi fiorente e civile non solo della nostra penisola, ma di tutta Europa; che Palermo era la citt pi bella, pi splendida del mondo. Col sorsero la letteratura e l'arte nazionale.
La Sicilia, la Puglia, il continente meridionale erano pieni di monumenti, che per bellezza superavano tutto ci che si faceva altrove, e dei quali non pochi avanzi restano ancora a testimoniare l'antica prosperit e grandezza di quelle provincie.
E non solo si dimentic o si attenu il loro passato splendore nelle arti, nelle lettere, nelle industrie e nel commercio ecc.".
A cui bisogna aggiungere che il mezzogiorno allora godeva la maggiore libert politica e religiosa d'Europa.
Ma lasciamo stare anche i Normanni e gli Svevi, che il Trampolino non sa neppure che cosa siano, e veniamo a tempi pi recenti.
Il quacquero di Reggio Emilia ignora o finge d'ignorare che nell'evo moderno e nel contemporaneo tutte le idee nuove, tutti i grandi precursori e novatori son venuti dall'Italia meridionale: e non solo nel campo politico e religioso, ma pi specialmente nel campo sociale. E, notate bene, i ribelli son sorti tutti dalla pi pura aristocrazia e dalla pi eletta borghesia, da Vincenzo Russo a Carlo Pisacane e a Carlo Cafiero, da Pasquale Calvi (presidente di Cassazione) a Mario Rapisardi. Tutti son morti o han patito per la loro idea, rinunziando ai privilegi, agli onori, alle ricchezze, mentre Reggio Emilia ed altri luoghi affini in civilt non hanno dato che qualche piagnone Trampolino, uscito fuori all'ultima ora, che dopo essersi rimpannucciato e avere ottenuto la beatificazione, altra cura non ha avuto se non quella di conservarsi il seggio e la prebenda, predicando la quiete.
Si finisca una buona volta con questo campanilismo demagogo, che vien fuori col saio di san Francesco per giustificare la vigliaccheria dei saltimbanchi e le truffe dei farabutti.
Certi mascalzoni di foravia, non sempre borghesi e non sempre stranieri, nella loro microcefalia sono avvezzi a fare del proprio campanile il centro del mondo, anche quando questo campanile  edificato sopra un letamaio o sul dorso d'un castrato; perci trattano il mezzogiorno, vera culla della civilt e della libert italiane, come una contrada qualsiasi del centro dell'Africa. Costoro somigliano ai cinesi, per i quali sino a poco tempo fa l'universo faceva capo alla Cina e fuori della loro muraglia non esisteva che una sottile cintura di genti barbariche, spregevoli e trascurabili; mentre in realt la morta gora della terra era rappresentata dal celeste impero dei bonzi e dei mandarini.
Intanto c' da stupirsi che il famigerato Napoleone Iannicola, cos facile a montare in bestia, e giustamente, quando ode sonare il campanile o vede sventolare il distintivo di razza, questa volta abbia riportato la melensaggine del Trampolino approvandola con entusiasmo? Gli uccelli dello stesso piumaggio si raccolgono insieme, massime allorch si tratta di gracchiare come le cornacchie ladre e devastatrici, o di gettarsi addosso a una carogna come gli avvoltoi codardi e puzzolenti
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FINE.